Non solo droga: gli adolescenti e le dipendenze

Sapete quante nuove droghe compaiono ogni anno? E quante volte al giorno un adolescente controlla il suo smartphone?

Non solo droga: gli adolescenti e le dipendenze

Ne compaiono di nuove 100-120 all’anno, sono già in totale oltre 700. Come si fa a tener testa a una simile invasione, e così differenziata, di droghe? In effetti molte di queste sostanze, sintetiche e non, è ignota alle autorità, dunque non proibita (perfino i cani non le fiutano) e, cosa più grave, sconosciuta anche per i medici che devono curare chi ne è rimasto segnato. Tra questi, gli adolescenti: almeno l’otto per cento risulta avere usato sostanze non classiche. La metà del consumo va tuttavia assegnata a persone sopra i 35 anni.
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L’ADOLESCENZA E LE DIPENDENZE

Ora, l’età dell’adolescenza è la più delicata. In questa epoca vanno formandosi e consolidandosi le strutture cerebrali adulte che possono venire influenzate – a volte per sempre – da vissuti negativi e da dipendenze. Tra cui, oggi, le dipendenze da tecnologia: smartphone, computer, social network. «Dio solo sa che cosa combineranno ai cervelli dei nostri ragazzini», ha esclamato di recente il co-fondatore di Facebook Sean Parker, messo forse in allarme dalla sua stessa creatura.

LA MENTE SI MODELLA

«L’adolescenza non è soltanto uno spazio di transizione psicologica, come si dice da sempre, ma va compresa anche dal punto di vista neurobiologico: dai 13 ai 25 anni all’incirca il cervello si modella e assume la struttura adulta, acquisendo competenze cognitive, relazionali e affettive che resteranno sostanzialmente stabili nel resto della vita». Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento Salute mentale e Neuroscienze degli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, a questo riguardo ha scritto un libro, che ora presenta, insieme al co-autore, lo psichiatra Giovanni Migliarese, responsabile nella stessa struttura del Centro per il disturbo da deficit di attenzione e i disturbi del neurosviluppo nel giovane adulto.
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GENITORI SPERDUTI

Dice Migliarese, nel sostenere che il volume «Quando tutto cambia. La salute psichica in adolescenza» (Pacini editore, pagine 240, euro 18) è per tutti, non solo per gli specialisti, che sono stati spinti a scriverlo dalle richieste dei genitori, sperduti davanti a una realtà inedita in cui affondano i figli e per loro terra sconosciuta. «In Italia abbiamo circa 8 milioni e 200 mila giovani tra i 12 e i 25 anni – continua Mencacci -. Di questi il dieci per cento, dunque ben ottocentomila, si dichiarano insoddisfatti della loro vita, delle loro relazioni amicali, familiari e della loro salute. E’ a questi ottocentomila giovani che occorre prestare attenzione aiutando a riconoscere tutti quei fattori che possono favorire l’esordio e il mantenimento di patologie psichiche». Se queste sono prese precocemente in cura, si possono ottenere ottime risposte cliniche grazie all’elevata plasticità del cervello nel periodo adolescenziale. La stessa plasticità che rende più facili le distorsioni. «E’ proprio negli anni dell’adolescenza che danno i primi segni la gran parte delle patologie psichiche dell’età adulta», dice lo psichiatra Migliarese.
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COMPORTAMENTI «TOSSICI»

Nella tossicità di cui parla Mencacci rientrano anche le dipendenze comportamentali, senza uso di sostanze. Che cosa succede a un cervello se sta sempre otto ore davanti a uno schermo? Che gli succede se i ragazzini guardano 75 volte al giorno (questi i dati portati da Mencacci) lo smartphone? Poi ci sono internet, il gambling, i social networks, la pornografia, i videogiochi… Chi non spegne mai il telefono vive in un continuo stato di allerta. Una tensione che non facilita il sonno. E su questo punto Mencacci e Migliarese si soffermano molto: lo sviluppo delle tecnologie è una minaccia per il ritmo sonno-veglia. Molti adolescenti rispondono a messaggi che arrivano nel cuore della notte, interrompendo un sonno che comunque risulta di scarsa qualità. «Ci sono delle alterazioni cerebrali dovute alle dipendenze comportamentali che, osservate dentro il cervello, appaiono sovrapponibili alle alterazioni da uso di sostanze», dice ancora Mencacci. Il cui ultimo avvertimento riguarda proprio le ore di sonno: «A 18 anni il 75 per cento dei ragazzi dorme meno di 8 ore. E c’è addirittura una fetta che non supera le 6 ore. Non va bene, il sonno protegge la crescita mentale».

Le fasi dello sviluppo psicosessuale di Freud di Igor Vitale

Nel 1905, Freud scrisse una delle sue opere più famose, intitolata Tre saggi sulla teoria sessuale, che da un lato, rese possibile la scoperta clinica della sessualità infantile, e dall’altro, determinò l’abbandono della teoria della seduzione.

Come era tradizione nell’Europa cristiana, la sessualità, veniva considerata una prerogativa della vita adulta, in quanto connessa al solo uso dell’apparato genitale finalizzato alla riproduzione, quindi il bambino veniva visto come una creatura innocente priva di spinta sessuale.

Sigmund Freud, con la sua nuova opera, rivoluzionò tale concezione, designando la sessualità non solo come un impulso diretto al piacere corporeo, ma come l’insieme di tutte le attività che provocano appagamento di bisogni elementari, quindi non aveva sede in un organo specifico; inoltre, non considerava il bambino una creatura innocente priva di spinta sessuale, ma un potenziale perverso polimorfo[1] che già nell’infanzia predisponeva di una propria sessualità; quest’ultima, quindi, è divenuta il fulcro della vita psichica dell’essere umano, poiché, oltre ad essere presente sin dalle prime fasi dello sviluppo infantile, influenza in maniera decisiva lo sviluppo psichico successivo e va a costituire l’organizzazione sessuale della vita adulta.

Nei paragrafi precedenti, abbiamo presentato le nozioni fondamentali della teoria di Freud, proprio perché la concezione freudiana della sessualità, si basa sui concetti di pulsione di vita e di morte che sono presenti nell’Es sin dalla nascita.

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La pulsione di vita, chiamata da Freud “libido”, ha una costituzione innata, quindi, essendo presente sin dalla nascita, non vi è discontinuità tra libido infantile e libido adulta, l’unica cosa che cambia è l’oggetto della libido, non la libido stessa; ma la pulsione di vita, non è l’unica forza che opera in noi, esiste infatti, un’ulteriore forza che agisce proprio nel senso opposto alla libido ed è quella che Freud chiama pulsione di morte che, se rivolta all’interno di noi stessi porta all’autodistruzione, mentre se viene rivolta verso l’esterno, prende la forma dell’odio, dell’aggressione e della distruttività.

Secondo la teoria freudiana, il bambino alla nascita è bisessuale e solo con l’adolescenza raggiungerà la completa formazione della sua identità. Durante l’infanzia, l’organizzazione sessuale del bambino viene identificata come disorganizzata e autoerotica, questo vuol dire che l’eccitazione sorge in particolari zone del corpo, chiamate zone erogene e la funzione, è quella di raggiungere l’appagamento dei bisogni organici fondamentali. Come possiamo vedere nel libro Tre saggi sulla teoria sessuale, Freud afferma che: <<Un’ulteriore ipotesi provvisoria nella teoria delle pulsioni, ed è un’ipotesi di cui non possiamo fare a meno, dice che gli organi del corpo forniscono eccitamenti di due specie, i quali sono fondati su differenze di natura chimica. Una di queste specie di eccitamento noi la chiamiamo specificatamente sessuale, e l’organo relativo lo definiamo “zona erogena” della pulsione sessuale parziale che ne deriva.>> [2]

Attraverso le fasi dello sviluppo psicosessuale, Freud sottolinea l’importanza del passaggio dalla dipendenza all’autonomia, affermando che il corso dello sviluppo infantile, porta ad un sempre crescente distacco dai genitori e che essendo inevitabile, comporta difficoltà intrinseche ad ogni sviluppo fisico. Nell’opera Al di là del principio di piacere, Freud parla del gioco del rocchetto con cui giocava il suo nipotino. In questo gioco, il bambino lanciando e riacchiappando un piccolo rocchetto attaccato ad una cordicella, ricreava, sotto il suo personale controllo, l’esperienza dell’andare e venire della madre, questo porta a considerare il gioco come il grande risultato di civiltà raggiunto dal bambino, con la rinuncia pulsionale. Quest’ultimo, ha in parte rinunciato alle sue esigenze (di deprivazione pulsionale) sulla madre, ostentando un capovolgimento dalla passività all’attività, dove quest’ultima è un meccanismo per affrontare la pressione del suo attaccamento libidico, quindi ora è lui a guidare il processo di separazione.  I concetti di attività e passività, sebbene fossero riferiti alle mete pulsionali, divennero più chiari, in termini di relazioni oggettuali, in una formulazione successiva dove afferma che le prime esperienze sessuali che i bambini, maschi e femmine, vivono con la madre sono di natura passiva; una parte della loro libido rimane legata a questa esperienza e gode dei soddisfacimenti che ad essa sono connessi, mentre l’altra parte tenta di convertirsi in qualcosa di attivo. I bambini quindi, o si accontentano dell’autonomia, cioè di fare essi stessi ciò che prima subivano, o della ripetizione attiva nel gioco delle loro esperienze passive, oppure tramutano la madre nell’oggetto[3] verso il quale essi assumono la parte di soggetti attivi.

Vediamo ora, in modo più approfondito, come il bambino, passando attraverso vari stadi, dove gli impulsi libidici sono concentrati su una particolare zona erogena del corpo, arrivi ad una congiunta evoluzione della sessualità e della sfera emotivo-affettiva.

Il primo stadio, che corrisponde alla fase orale, è relativo al primo anno di vita; è una fase di autoerotismo, il che vuol dire che non conosce oggetti e la zona erogena è la bocca, quindi è lì che si concentrano gli impulsi libidici e le prime manifestazioni affettivo-sessuali del bambino. Inizialmente, attraverso la suzione alimentare e quindi l’allattamento, il bambino non viene solo nutrito, ma sperimenta le prime esperienze di piacere; è solo in una fase successiva, che la bocca non viene più utilizzata solo per la gratificazione alimentare, ma diviene un organo di conoscenza della realtà, quindi il piacere non è più legato al bisogno di essere nutrito, ma viene provocato dalla suzione di oggetti diversi dal seno, in particolare, da parti del proprio corpo, come il pollice.

Come possiamo vedere nel libro sopracitato, Freud afferma che: <<La suzione o il ciucciare, che si presenta già nel poppante e viene proseguita fin negli anni della maturità o può mantenersi per tutta la vita, consiste in un contatto di succhiamento ritmicamente ripetuto con la bocca (le labbra), la lingua, un qualsiasi altro raggiungibile punto della pelle- persino l’alluce- vengono presi per oggetto sul quale si eseguisce il succhiamento.>>[4]

All’inizio del paragrafo, abbiamo detto che la sessualità si basa sui concetti di pulsione di vita e di morte, un esempio lo possiamo trovare proprio in questa fase, che Freud e Abraham hanno diviso in orale-passiva e orale-aggressiva. All’inizio, il bambino sperimenta la gratificazione attraverso la suzione alimentare dove l’afflusso di latte caldo causa la sensazione di piacere, ma verso il secondo anno di vita, inizia a svilupparsi la dentizione, quindi il bambino rinuncia all’alimentazione interamente liquida e sperimenta la gratificazione attraverso gli atti aggressivi orali, che servono per compensare l’esperienza di frustrazione dovuta al fatto che il seno non è sempre disponibile, quindi la fase orale-aggressiva è caratterizzata dal piacere del mordere, mentre quella orale-passiva è caratterizzata dalla gratificazione della suzione. Parlando dello sviluppo della dentizione, Freud afferma che: <<Da principio, il soddisfacimento della zona erogena era associato al soddisfacimento del bisogno di nutrizione(…) Chi vede un bambino abbandonare il petto della madre, ne veda le guance arrossate e come egli piombi nel sonno con un sorriso beato, dovrà dire che questa immagine rimane esemplare per l’espressione del soddisfacimento sessuale nel seguito della vita. Ora, il bisogno di ripetere il soddisfacimento sessuale viene diviso dal bisogno dell’assunzione di cibo; questa scissione è inevitabile quando spuntano i denti e il nutrimento non viene più esclusivamente succhiato ma masticato.>>[5]

La fase sadico-anale, concerne il secondo anno di vita, dove il bambino acquisisce un’indipendenza motoria; in questa fase, gli impulsi libidici si spostano dalla bocca alla nuova zona erogena, quella anale, grazie all’acquisizione del controllo degli sfinteri. Il bambino sperimenta un rapporto positivo con le sue feci, perché le vive come parti del proprio corpo, quindi ora la gratificazione è legata all’atto del trattenere e lasciar andare le feci, poiché è attraverso la valorizzazione dei prodotti della defecazione che il bambino esprime le opposte tendenze che dominano in lui e che possono essere: autoerotiche, quindi il bambino può trattenerle come gratificazione personale, possono essere un segno di amore, quindi il piccolo può offrire le sue feci alla madre come un regalo e infine possono esprimere aggressività e dominio, quindi l’infante può ad esempio lasciarle andare per sporcare ed esprimere la sua ostilità. Infatti come afferma Freud nell’opera Tre saggi sulla teoria sessuale: <<il contenuto intestinale, che fungendo da massa stimolante su una superficie mucosa sessualmente sensibile si comporta come il predecessore di un altro organo che entrerà in azione solo dopo la fase dell’infanzia, ha d’altro canto per il lattante altri importanti significati. Evidentemente è trattato come una parte del proprio corpo, rappresenta il primo “regalo”, con il cui rifiuto può essere espressa la sfida del piccolo essere verso il suo ambiente. Come “regalo” assume poi il significato di “bambino”, che, secondo una delle teorie sessuali infantili, viene acquisito mangiando e partorito attraverso l’intestino.>>[6]

La fase fallica, si svolge durante il terzo e il quarto anno di vita ed è caratterizzata dalla concentrazione delle pulsioni libidiche sugli organi genitali, che quindi vanno a rappresentare la successiva zona erogena. Per quanto riguarda il bambino quindi, la zona erogena è costituita dal pene, chiamato anche fallo, che nel piccolo porta all’angoscia di castrazione, come affronteremo nel complesso di Edipo; mentre, per quanto riguarda le bambine, la zona erogena è costituita dall’organo genitale femminile, in particolare dal clitoride, quindi l’assenza del pene porta a quello che Freud ha identificato come “invidia del pene”.

L’angoscia di castrazione[7], è strettamente connessa alla situazione edipica, poiché i bambini, in questa particolare fase, desiderano e amano il genitore di sesso opposto e provano un misto di amore-odio-rivalità per il genitore dello stesso sesso. In altre parole, il bambino a questa età, provando amore e desiderio nei confronti della madre, vive la relazione con il padre con un forte senso di rivalità, proprio perché prova gelosia nei confronti del suo oggetto d’amore. Per la bambina, la situazione è naturalmente inversa e viene identificata con il mito di Elettra.

A tre quattro anni, il piccolo inizia a rendersi conto delle differenze anatomiche tra l’uomo e la donna, ma il fatto che la donna è priva del pene, non è concepito come una diversità anatomica costituzionale, bensì come una castrazione punitiva da parte di un genitore. La paura del bambino quindi, è che a causa delle sue fantasie sessuali e dei suoi desideri incestuosi nei confronti della madre, il padre lo punisca per mezzo della castrazione; è il concetto di padre eviratore che suscita nel bambino angoscia e senso di colpa nei confronti di quest’ultimo, e questo conduce il piccolo a rinunciare al suo oggetto d’amore per identificarsi con il genitore del suo stesso sesso, introiettando i suoi valori e i suoi atteggiamenti; è così che il complesso di Edipo si risolve e questo meccanismo porta alla completa strutturazione del Super-Io che funge appunto, da coscienza morale.

Il periodo di latenza, corrisponde all’intervallo dai cinque agli undici anni circa, questa fase è caratterizzata dalla rimozione del complesso edipico e dal fatto che la libido è dormiente, quindi le pulsioni sessuali vengono sublimate verso scopi socialmente accettabili e attività adattive; è proprio in questa fase che il bambino inizia a socializzare e a sviluppare i primi rapporti amichevoli con i ragazzini del suo stesso sesso e a focalizzarsi sulle attività che caratterizzeranno il suo sviluppo, come lo sport e la scuola.

Lo fase della pubertà, è caratterizzata dall’integrazione delle pulsioni parziali sotto il primato genitale, quindi lo stato di auto-erotismo lascia il posto a quello di amore oggettuale; se nella fase precedente la libido era latente, durante la fase della pubertà le pulsioni sessuali sono nuovamente investite di libido e l’oggetto d’amore incestuoso si ripresenta. Solo a seguito del ritorno edipico, l’individuo sarà capace di spostare il suo interesse verso altri oggetti esterni al nucleo familiare, maturando così la rinuncia ai genitori come oggetti sessuali infantili.

Durante questa fase di sperimentazione, il bambino mette alla prova la propria identità, al riparo dal sesso opposto, quindi non è da considerare infrequente una fase omosessuale nella prima adolescenza, poiché è proprio alla fine di questo periodo, che la vita sessuale polimorfa e mutevole del bambino, acquista un’organizzazione stabile e un’identità sessuale definitivamente formata.

Il compimento dello sviluppo psicosessuale e i concetti di fissazione e regressione sono in stretto contatto, poiché, secondo Freud, la predisposizione alla futura nevrosi dipende dalle difficoltà incontrate, durante lo sviluppo, nel progredire da un livello di organizzazione pulsionale ad un altro. La fissazione, è intesa come un arresto nello sviluppo, che può portare alla maturazione delle aberrazioni e delle perversioni sessuali; questo arresto, non permette alle diverse fasi dello sviluppo psicosessuale di integrarsi in un modello globale sotto il primato genitale, poiché una grande quantità di libido sessuale viene mantenuta a fasi precedenti dello sviluppo.

Per quanto riguarda la regressione, è un meccanismo di difesa che l’individuo mette in atto per proteggere l’Io da eventi ritenuti pericolosi per la sua integrità; essa rappresenta un altro grande pericolo, poiché, se l’individuo non sviluppa delle tecniche di appagamento più evolute, potrebbe regredire a fasi precedenti dello sviluppo per ritornare alle antiche tecniche che procuravano soddisfazione.

La tendenza dell’individuo a schivare le difficoltà esterne regredendo alle fissazioni, è direttamente proporzionale all’intensità delle fissazioni lungo il cammino evolutivo. La duplice nozione di fissazione-regressione diviene centrale per Freud per spiegare l’etiologia delle nevrosi[8].

 

[1] Questa definizione che Freud dà del bambino, è per sottolineare che racchiude in sé tutte le possibili perversioni, che poi potranno svilupparsi o meno a seconda dei fattori ambientali. Le perversioni, secondo Freud, hanno una costituzione innata in tutti gli uomini, quindi essendo qualcosa di disposizionale, l’intensità può subire oscillazioni che possono essere accentuate dagli influssi della vita. In altre parole, le radici della pulsione sessuale, essendo innate e costituzionali, si sviluppano fino a diventare i reali veicoli dell’attività sessuale, altre volte invece, possono subire un’insufficiente repressione e così attraggono a sé, attraverso i sintomi, una parte considerevole di energia sessuale. Infine solo se sono sottoposte a efficaci limitazioni e rielaborazioni, possono dar vita alla vita sessuale normale che quindi si pone nel mezzo di questi due estremi. In conclusione la presunta costituzione delle perversioni è dimostrabile solo nel bambino, anche se tutte le pulsioni si presentano solo con una modesta intensità.

[2] Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti, p. 480.

[3] Il termine “oggetto” ha, nella psicoanalisi freudiana, almeno due diversi significati. Il primo è quello correlato alla pulsione: l’oggetto è ciò in cui e con cui la pulsione tende a raggiungere la soddisfazione, quindi, esiste come mezzo di tensione pulsionale. Il secondo significato del termine “oggetto” indica un qualcosa che prescinde dalla pulsione, ammesso che questa possa essere considerata in maniera indipendente rispetto agli oggetti, e designa ciò che per il soggetto è oggetto di attrazione e di amore. Ma questa seconda concezione, in Freud, è particolarmente sfumata, ed interessa fasi più tardive dello sviluppo; solo alla pubertà, infatti, interviene per Freud la scelta oggettuale. Nel bambino le pulsioni vengono considerate parziali e questo spinge l’infante a distinguere un oggetto propriamente pulsionale, capace di procurare il soddisfacimento della pulsione in causa, da un oggetto d’amore vero e proprio che soggiace alla dualità degli istinti e delle pulsioni di vita e di morte.

[4] Ivi, p. 490.

[5] Ivi, p. 492.

[6] Ivi, p. 495.

[7] La Klein, attraverso lo studio di alcune bambine dell’età di due anni, ha postulato l’esistenza di situazioni d’angoscia nelle femmine che sono equivalenti all’angoscia dii castrazione nei maschi. Freud afferma che l’angoscia di castrazione del maschio corrisponda nelle femmine alla paura di perdere l’affetto della madre. Questa particolare angoscia nasce dalle pulsioni aggressive verso la madre e dal desiderio di ucciderla per prendere il suo posto. Tali pulsioni non suscitano nella bambina solo la paura di essere assalita dalla madre, ma anche il timore che quest’ultima muoia a causa sua ed qui che si genera il senso di colpa che può portare alla psicopatologia.

[8] Partendo dall’assunto che, come per i sogni, anche per i sintomi nevrotici è possibile scoprire un senso recondito prevalentemente inconscio che si collega sempre alle esperienze soggettive, Freud ha distinto le psiconevrosi (isteria di conversione, nevrosi fobica e la nevrosi ossessiva), basate su conflitti che hanno origine nell’infanzia con conseguenti fissazioni a fasi precoci di sviluppo che ostacolano la piena maturazione psicologica dell’individuo, dalle nevrosi attuali (la nevrastenia, la nevrosi d’angoscia e ipocondria), dove i conflitti del presente, sono legati all’assenza o all’inadeguatezza del soddisfacimento sessuale.

CAMMINARE NELLE SCARPE ALTRUI GRAZIE AI NEURONI SPECCHIO di Laura Nardi

di Laura Nardi

 

Mettersi nei panni degli altri è una capacità innata degli esseri umani che arricchisce la nostra esperienza e accelera l’evoluzione individuale e collettiva

“Grande Spirito, preservami dal giudicare un uomo non prima di aver percorso un miglio nei suoi mocassini”. [Guerriero Apache anonimo]

Si chiamano neuroni specchio e sono cellule nervose che si attivano non solo quando compiamo una determinata azione, ma anche quando osserviamo altri che la compiono. 

Nei primi anni ’90 sono stati individuati da Giacomo Rizzolatti, un neuroscienziato del Cnr di Parma, che l’8 novembre prossimo riceverà un premio per la ricerca dalla Regione Lombardia e che, grazie alle nuove indagini cliniche cerebrali, come le risonanze magnetiche funzionali e le pet,  sta ampliando e trovando nuove conferme scientifiche a quell’abilità umana che è l’empatia e la capacità di mettersi nei panni altrui.

Al di là dell’aspetto prettamente scientifico, è innegabile che l’essere umano è dotato di una forte e a volte irrefrenabile capacità di immaginaree di immedesimarsi nelle esperienze vissute da altre persone. E non solo a livello emotivo, ma anche fisico: quando vediamo qualcuno sbadigliare, ridere, piangere, o fare qualcosa che per noi è disgustoso, anche il nostro corpo risponde rispecchiando ciò che osserviamo.

Lo possiamo vedere con frequenza nei bambini piccoli quando imitano i comportamenti degli adulti e lo sperimentiamo, oltre che con le altre persone, anche quando leggiamo un libro o guardiamo un film e ci emozioniamo per le vicende dei vari personaggi.

In un’intervista uscita qualche giorno fa (Corriere della Sera, 10/10/2017) Rizzolatti spiega che osservazione e azione sono strettamente legate: noi comprendiamo quello che fanno gli altri, sfruttando le stesse capacità neurali che usiamo quando noi stessi compiamo la medesima azione.

 

Quindi il ricordo di una nostra personale esperienza, ci faciliterà nel provare comprensione ed empatia verso qualcuno che vive un’esperienza simile. Ma non solo. Sembra infatti che, proprio grazie ai neuroni specchio, anche osservare un’altra persona compiere un’azione aiuta la nostra capacità di agire nello stesso modo. Questo sta trovando applicazioni anche nella medicina, ad esempio nella riabilitazione motoria, in cui osservare il movimento di un arto può far ri-apprendere più rapidamente lo stesso movimento.

Ciò che rende così rapido e immediato l’effetto dei neuroni specchio, è il coinvolgimento delle emozioni. Se per capire il comportamento altrui da un punto di vista realistico e obiettivo nel nostro cervello si attivano aree della corteccia prefrontale, la regione implicata nel pensiero razionale e nell’organizzazione delle informazioni, per comprendere emozionalmente e potersi mettere davvero nei panni degli altri ci vengono in aiuto i neuroni specchio. Ciò che avviene è, come spiega Rizzolatti, che i nostri neuroni “scaricano” e si attivano assieme e contemporaneamente a quelli degli altri.

E nonostante l’immedesimarsi negli altri sia un’esperienza comune a tutti gli esseri umani, si manifesta in maniera unica per ognuno di noi, poiché è influenzata da chi siamo e da ciò che abbiamo vissuto: è stato ad esempio osservato che i neuroni specchio di ballerini di danza classica si attivano davanti ad un’esibizione di danza classica e non davanti a una coreografia contemporanea, e viceversa.

È stato anche osservato che leggere e immedesimarsi nei personaggi dei libri aumenta l’empatia proprio perché funziona come un allenamentoa mettersi nei panni altrui.

Questo significa che più esperienze viviamo, più possiamo diventare persone comprensive ed empatiche, ma anche che più osserviamo gli altri in maniera interessata, curiosa e benevola (cosa che normalmente avviene con i personaggi dei libri), più saremo empatici anche con chi ha vissuto una vita molto diversa dalla nostra.

E comprendere gli altri in maniera empatica non significa accettare soprusi o dimenticare i torti delle altre persone. Se un partner, un amico o un collega si approfitta di noi o ci ferisce, la cosa più sana che possiamo fare è difenderci. Ma se proviamo per un po’ a indossare i suoi mocassini, saremo in grado di farlo con rispetto e umanità.

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> Come allenare la capacità di mettersi nei panni degli altri:

Soprattutto con le persone vicine, un modo per comprendere i loro stati d’animo è prendersi il tempo di guardarle negli occhi e immaginare come si sentono; può essere d’aiuto chiedersi “cosa starà provando?” o “di cosa potrebbe avere bisogno?”. Possiamo fare la stessa cosa anche con noi stessi

Quando siamo sull’autobus, o in coda alla posta, o mentre stiamo camminando, possiamo prendere esempio dai bambini e giocare a immaginare chi sono le persone attorno a noi, i loro vissuti emozionali, le loro sfide, le loro passioni.

Almeno una volta al giorno possiamo decidere di ascoltare un’altra persona con curiosità, interesse sincero e benevolenza, mettendo in secondo piano ogni coinvolgimento personale, e concedendole il giusto tempo.

Leggere un libro (ma anche guardare un film, o uno spettacolo teatrale o una serie TV) andando oltre a ciò che è descritto dei diversi personaggi e provando a immaginare di loro anche quello che non viene raccontato: la loro infanzia, le loro piccole sfide quotidiane, i loro problemi fisici, le loro paure, i loro bisogni…

Frequentare un corso o un seminario di meditazionemindfulness o formazione personale, può farci fare un passo importante nello sviluppo della comprensione empatica verso se stessi e verso gli altri.

Essere consapevoli che, così come i nostri neuroni specchio rispondono alle emozioni e alle azioni altrui, anche i neuroni specchio degli altri risponderanno alle nostre. Usiamo responsabilmente questo potere: cosa scegliamo di trasmettere?

di Laura Nardi

L’aracnofobia , la paura dei ragni e degli insetti

Vi è mai capitato di vedere improvvisamente un grosso insetto mentre sposate le lenzuola per entrare nel letto? e vederlo correre velocemente al punto che non sapete più dove possa essere finito? come potreste sentirvi? che emozione provereste? Antonia ( nome di fantasia) una mia paziente non é riuscita a dormire nel letto per una settimana , in totale preda di un attacco di panico. Solo dopo che la stanza é stata accuratamente disinfestata da esterni é riuscita a varcare la soglia della camera. Questo terrore viene chiamato aracnofobia. Una paura agghiacciante, persistente ed ingiustificata tanto da diventare, talvolta, un’ ossessione incontrollabile , responsabile di veri e propri attacchi di panico. L’aracnofobia é la paura più diffusa in assoluto , insieme a quella dei topi e dei serpenti e solitamente cela disturbi psicologici più o meno gravi.Tra i sintomi più frequenti si ricordano : sudorazione, respiro affannoso, nausea ed aumento della frequenza cardiaca. Tipica degli aracnofobici é la sensazione di essere infestati dai ragni, di percepire le zampetta correre sulla pelle , come se il ragno volesse intrappolare o nel caso dell’insetto scivolare sulla pelle. Sebbene la paura sia infondata e irrazionale , la paura nell’aracnofobico é incontrollabile. Il problema in sé, spesso, non é rappresentato dalla paura dei ragni o degli insetti, ma può rappresentare uno stratagemma o spostamento di un’ansia e angoscia profonde. E’ il contenuto che crea angoscia. In realtà l’aracnofobia affonda le radici nell’infanzia , periodo in cui la forza mentale non é ancora consolidata e stabile . Le paure viste con gli occhi di un bambino vengono ingigantite ed enfatizzate : l’inevitabile conseguenza é l’assoluta incapacitá di padroneggiarla , generando un senso di angoscia permanente e ingestibile.E il bambino sposta in modo difensivo la sua angoscia sul ragno o insetto.

13 Characteristics of People Who Have True Integrity

1. They value other people’s time.

They value their own time so they also value the time of other people. They know you have plenty of other places you need to be and won’t hold you up. If you spend time with them, it is likely they will thank you for that as well.

2. They give credit where it is due.

They do not take credit for things they did not do. They will always credit those who deserve it. If you help this person with a project he or she will likely mention your name so you can take credit for your work.

3. They are authentic

They are their truest forms. You won’t catch them in a lie or being fake.

4 They are always onest 

They are honest people that feel no need to lie as it is important for them to get to where they need to get in life honestly.

5. They never take advantage of others.

They are not the kind of people who will take advantage of someone else. They love to build people up and help them get where they need to be. Taking too much from someone else will never be an issue with someone who has a lot of integrity.

6. They do not argue over disagreements.

They will talk through things in a civil manner or not talk at all. You cannot and will not force this person into arguing over something completely ridiculous. I find this to be a very respectable trait.

7. They give most people the benefit of the doubt.

They try to see the good in everyone. I think this is because they feel like maybe there are more people in this world that also have integrity. That being said, if you take advantage of them too much they will get rid of you.

8. They know when something is bothering someone.

They have a great intuition that lets them know when something is going on. If someone is down in the dumps they will notice. Chances are they will actually do what they can to cheer you up.

9. They believe others.

They accept your word as truth until it is disproven. That being said, they do not take lying well. And once you lie to them, it is unlikely that they will ever take your word again.

10. They apologize first.

If they have done something wrong they will come to you and apologize. This is just how they are. They own up to their mistake and try to make things right.

11. They are humble.

They do not quite know their own worth. While they are very important and do so much good they don’t quite see it. You should remind them of it.

12. They do good when they can.

They are always helping other people. They love to know that they have improved someone’s life. It gives their lives meaning.

13. They are always kind to those who need it.

Giving kindness can go a long way. When someone looks like they need a little pick me up these people deliver. They can brighten up almost anyone’s day.

If you are someone who has true integrity, thank you for being who you are and thank you for all that you do. You really do actually make a difference in society, please keep up the good work. If you feel no one else is proud of you, know that I am.

La Piromania : quel fuoco doloso che brucia i pensieri

In quest ‘estate rovente i media amplificano l’allarme incendi ormai alquanto diffusi che, spesso dolosi e spesso associati alla piromania. La Piromania é una sindrome molto rara , caratterizzata da una serie di comportamenti che innescano rabbia ed aggressività nel soggetto colpito , tale da provare piacere solo incendiando in modo quasi compulsivo oggetti o boschi , in alcuni casi persino gli animali. La persona affetta dalla malattia, avverte un grande di euforia con precedente scarica di adrenalina che allieva le sue tensioni nervose , é molto attratta dal fuoco, ma anche da tutto quello che é connesso : strumenti per accenderlo ma anche per governarlo o spegnerlo. Alcuni di loro entrano persino nel Corpo dei Pompieri , altri denunciano incendi fasulli o si appostano per osservare incendi naturali fino al loro spegnimento.

Tale condotta puó, a volte, diventare molto pericolosa ed esporre anche a rischio di vita. Le cause che scatenano la condotta piromane non sono certe. Facilmente le cause vanno cercate nei vissuti emotivi e nella storia infantile del piromane, altri ritengono che sia legata alla sua dimensione sessuale.

 

L’attacco di Panico di Torino

Quanto successo a Torino in piazza San Carlo rappresenta un vero attacco di panico di gruppo.

L’attacco di Panico insorge all’improvviso e consegue alla percezione di una minaccia o una castrone imminente  potenzialmente letale. E’ generalmente un episodio imprevedibile ed inarrestabile e l’ansia e’ talmente intensa da lasciare l’individuo, una volta concluso l’attacco , in una condizione di assoluto sfinimento. La manifestazione dell’attacco di panico comprende sintomi cognitivi, emotivi e somatici, tra cui forti reazioni neurovegetative.

Gli attacchi di panico sono estremamente spiacevoli e provocare stati di angoscia estremi  e chi ne soffre può’ essere portato a pensare di : perdere il controllo, avere un attacco di cuore , essere pronto alla morte. Le manifestazioni fisiche sono : polso accelerato , dolore al petto o allo stomaco, difficolta’ respiratorie , debolezze o vertigini, sudorazione , sensazione di caldo o brividi di freddo, formicolio o insensibile’ delle mani.

Potrebbero manifestarsi solo uno o due episodi nell’arco della vita , ma se dovesse ripresentarsi con più’ frequenza potrebbe invece essere il segno di un disturbo ansioso o disturbo da attacco di Panico.

I sintomi compaiono per la prima volta in genere nella tarda adolescenza  ( e comunque entro i 30 anni) . Alcuni fattori di rischio importanti sono : Famigliarità’, stress, passato di abusi fisici o sessuali, eventi traumatici.

Quando una persona si trova sotto forte stress per periodi lunghi si espone al rischio di andare incontro ad un attacco di panico.

Quanto , invece, successo a Torino e’effetto collaterale del Terrorismo e di una esposizione continua mediatica a tutti gli attentati avvenuti finora nel mondo.

E’bastato uno scoppio forse un petardo a scatenare la fuga collettiva e folle corsa di persone che si erano riunite in piazza per assistere ad un evento piacevole come la partita. le conseguenze purtroppo sono state  drammatiche , migliaia di persone sono rimaste ferite nella calca.  Perche’ quando si e’ in un gruppo i membri del gruppo e del collettivo interagiscono e si influenzano a vicenda e seguono un comportamento unico .

Il terrore percepito ,non reale, ha scatenato la  psicosi collettiva  da attentato.  Ahime’ questa e’ la finalita’ del terrorismo , incidere sulla normalita’ delle nostre vite, alterare la percezione interna di sicurezza iniettando nella psiche collettiva l’allarme di qualcosa di catastrofico e traumatico.