Voi dite «amore sei mia/o»? di Michela Marzano

Se nelle relazioni affettive ognuno di noi fosse solo un «oggetto» – oggetto di desiderio, oggetto di possesso, oggetto di gelosia – non ci si potrebbe aspettare molto dall’amore. Perché di un oggetto, in fondo, si può fare ciò che si vuole, senza porsi mai troppi problemi. Lo si può vendere o lo si può prestare. Lo si può comprare. Lo si può persino distruggere. Non è un caso che Kant spiegasse la differenza tra le persone e le cose dicendo che le prime, al contrario delle cose che hanno un prezzo, hanno sempre e solo una dignità. E che, quando si parla di dignità, si parla anche e necessariamente di rispetto.
A differenza del prezzo che rinvia automaticamente alle leggi economiche dello scambio e della concorrenza, la dignità rinvia a quel valore intrinseco che possiede ognuno di noi e di cui nessuno può essere privato, a meno di non essere trattato, appunto, come una semplice cosa. Ecco perché, se in una relazione affettiva non si fosse altro che oggetti, sarebbe vano cercare di farsi rispettare. Ed ecco perché, in quel «sei mio» o «sei mia» che talvolta ci viene sussurrato, ci sarebbe sempre e solo una volontà di possesso. Averci per po’ e poi magari, quando non serviamo più, buttarci via.
Come un vestito che passa di moda e che si appende in un armadio o si regala. «Non vi è più soggetto-oggetto, ma breccia spalancata tra l’uno e l’altro», scrive in proposito Georges Bataille. «E nella breccia, il soggetto e l’oggetto sono dissolti; vi è passaggio, comunicazione, ma non dall’uno all’altro; l’uno e l’altro hanno perso l’esistenza distinta».
Ma se l’uno e l’altro non sono più separati, non c’è allora proprio il rischio di «reificarsi» reciprocamente? In una relazione d’amore, in realtà, ognuno è al tempo stesso «oggetto» e «soggetto» dei propri sentimenti. Ognuno desidera e ama esattamente come colui o come colei che ci amano. La difficoltà però, quando si parla di desiderio e di amore, è che tutto pare mischiarsi e confondersi. Anche semplicemente perché, nell’amore e nel desiderio, non valgono più le regole dell’analisi logica tradizionale: nonostante si sia in presenza di un verbo transitivo – che si parli di «amare» o di «desiderare» – non c’è più differenza tra soggetto e oggetto. Anzi. È proprio quando si pensa di possedere l’oggetto del nostro desiderio che si scopre poi che l’altra persona sfugge sistematicamente alla nostra presa. «Lui» o «lei» non sono come noi. «Lui» o «lei» non sono noi. «Lui» o «lei» sono semplicemente «altro».
La loro alterità, per utilizzare le parole del filosofo francese Emmanuel Levinas, è irriducibile. Proprio perché si tratta di persone e non di semplici cose. E non le si può né utilizzare per colmare il vuoto che ci portiamo dentro, né possedere del tutto. Forse è per questo, però, che in tanti oggi denigrano l’amore. Visto che è molto più semplice negarne l’esistenza, e comportarsi come se gli altri non fossero altro che giocattoli usa-e-getta, che rimettersi in discussione e capire che, in rapporto amoroso, ognuno di noi dà e riceve tante cose, ma non può per questo illudersi che l’altra persona gli appartenga.

Eppure è solo quando si accetta di rimettersi in discussione riconoscendo l’irriducibile alterità degli altri che poi si capisce che è solo grazie all’amore che scopriamo la nostra unicità. Chi mi ama, ama me, esattamente me, solo me. E anche se un giorno dovesse amare un’altra persona, quella persona occuperebbe un altro posto e non potrebbe mai prendere il mio. Quello che ho occupato o occupo io.

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