L’orgoglio sbagliato delle donne

di MICHELA MARZANO

Sono l’unica ad avere l’orticaria quando sento una donna dire che è fiera di essere donna? Forse sì. Non per questo, però, l’orticaria passa. Nonostante sia la prima a prendere la parola e a battermi per l’uguaglianza e la parità ogniqualvolta mi rendo conto che una donna, solo perché donna, viene emarginata, maltrattata, insultata. Nonostante sia la prima a indignarmi quando mi rendo conto che il genere, il sesso o l’orientamento sessuale implicano un trattamento diverso e impediscono a tante persone di potersi autodeterminare o esprimere liberamente. Cosa può mai c’entrare d’altronde quest’indignazione con l’orgoglio di essere donna? Perché si dovrebbe essere orgogliosi di qualcosa che è capitato? Perché capita di essere donna, è così, non lo si decide, esattamente come capita di essere bianchi, neri o gialli.

L’orgoglio, e non ho difficoltà a rivendicarlo, dovrebbe sempre essere legato a quello che si fa, a quello per cui ci si batte, a quello che si è capaci di sopportare o per cui talvolta ci si sacrifica. Si può essere orgogliosi del cammino fatto, del lavoro che si è ottenuto, di quello che si è scritto o realizzato. Si può essere orgogliosi del fatto che, di fronte a una difficoltà, non ci si è lasciati abbattere. Si può anche essere orgogliosi di aver lasciato perdere, di aver smesso di cercare, di controllare tutto, di aver ricominciato tutto da capo. Ma perché essere orgogliosi di qualcosa che, di fatto, non dipende da noi? Perché fare di quest’orgoglio una battaglia?

Finché si penserà che il modo migliore per promuovere l’uguaglianza e la parità sia quello di dichiarare il proprio orgoglio di essere donna, non si riuscirà a insegnare alle più giovani che ciò che conta veramente è farsi apprezzare per quello che si fa e per le proprie competenze. Tanto più che essere donna, di per sé, non vuol dire niente. Anzi. Ci sono donne bravissime, ma ce ne sono anche tante che brave non sono affatto e che talvolta utilizzano il proprio genere in modo del tutto strumentale. La parità non sarà raggiunta quando una donna, per il solo fatto di essere donna, occuperà certe posizioni di responsabilità o di potere, ma quando a una donna, indipendentemente dal fatto di essere donna, saranno riconosciuti meriti e demeriti, competenze e incompetenze. Non è allora giunto il momento di farla finita con il politicamente corretto e di passare, una volta per tutte, al riconoscimento reale delle pari opportunità?

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