L’amore protegge, non ripara

Tratto da  Tutto ciò che so sull’amore, della scrittrice e filosofa Michela Marzano.

«E dunque amore significa prepotente desiderio di proteggere, nutrire, riparare», scrive Zygmunt Bauman nel suo celebre Amore liquido. Subito prima di aggiungere: «E anche di accarezzare, coccolare e accudire, oppure di difendere gelosamente, isolare, imprigionare. Amore significa essere al servizio, stare a disposizione, attendere ordini, ma potrebbe anche significare espropriazione e sequestro di responsabilità».

Leggo e rileggo le frasi più volte. Ma che vuol dire esattamente Bauman? L’amore è protezione o prigione? Accudimento o espropriazione? Per qualche istante mi viene addirittura il dubbio di non essere più capace di seguire il filo del ragionamento e di perdermi in un bicchiere d’acqua. Poi mi riprendo e reagisco. In fondo l’amore è un insieme contraddittorio di cose. C’è dolcezza e c’è arroganza. Ci sono coccole e ci sono pretese. Fino a un certo punto però. Perché altrimenti vale tutto e il contrario di tutto. E allora diventa anche inutile parlarne, no? Che cos’è allora che mi disturba in queste parole? Dove mi blocco?

Ma forse il problema è un altro. Forse non sono d’accordo e non riesco ad ammetterlo. Prima di rileggere ancora una volta tutto e ritrovare il filo perso. Ecco che cos’è che non va! Ora ci sono! Non è tanto l’accostamento di atteggiamenti contraddittori che mi disturba, quanto il rumore di certe parole che, con l’amore, c’entrano poco o niente. Anche quando i buoni sentimenti ci sono tutti. Perché un conto è «proteggere», altro conto è «riparare». Una cosa è «accudire», altra cosa è «isolare».

Certo, un amore che non ci protegge forse non avrebbe senso. Visto che la vita è piena di imprevisti e di cattiveria, e che solo chi ci ama può aiutarci a non perderci nella giungla dell’esistenza. Solo chi ci ama può trovare quei gesti e quelle parole che rendono le cose più lievi. E può essere al nostro fianco anche quando tutto il resto va a rotoli. Non per questo, però, può riparare alcunché. Anzi. Amare significa anche accettare di non poter fare niente per l’altra persona.

Significa aspettare che l’altro ritrovi il bandolo della matassa e si procuri cerotti e garze per riparare le proprie ferite. Significa aver pazienza. Significa convivere con la frustrazione dell’impotenza. Che poi è forse la cosa più difficile da fare, visto che quando si ama si vorrebbe agire al posto altrui e rimettere tutto in ordine da soli. Mentre l’attesa e l’impotenza consumano energie senza risultati apparenti. Eppure l’amore è anche questo: ingoiare l’impotenza e farsene una ragione; aspettare che l’altro si «ripari» da solo e torni ad esserci per noi.

«Idem con patate» per quanto riguarda la differenza tra accudire e isolare. Chi è un buon genitore d’altronde? Chi accudisce i propri bimbi lasciandoli però sempre liberi di giocare fuori di casa, anche se esistono pericoli di varia natura, o chi, angosciato dai rischi, isola i figli da tutto il resto impedendo loro, certo, di farsi del male, ma anche di crescere? Ebbene, lo stesso vale anche quando si è adulti e si ama. Un conto è essere pronti ad accogliere l’altro a braccia aperte, altro conto è isolarlo dal resto del mondo – e quindi soffocarlo; e quindi toglierli quella libertà che, come scrivo ormai in modo quasi ossessivo, è in fondo l’essenza stessa dell’amore.

Le parole di Bauman, allora, sono senz’altro belle e evocatrici. Ma non mettiamo tutto insieme quando parliamo dell’amore. Altrimenti si rischia di giustificare l’ingiustificabile. E aumentare la confusione che c’è nel mondo, invece di dissiparla…

Tratto da  Tutto ciò che so sull’amore, della scrittrice e filosofa Michela Marzano.

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