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Hikikomori, la sindrome dei ragazzi che si chiudono in camera e rifiutano ogni aiuto tratto da AGI > Cronaca

l fenomeno è sconosciuto, quasi “invisibile” come i soggetti che ne soffrono: si chiama “Hikikomori”, in giapponese significa “stare in disparte” e colpisce più adolescenti (anche italiani) di quanto si possa immaginare. Non li vediamo perché la loro vita si svolge interamente in una stanza: la loro camera da letto. Si rifiutano di uscire, di vedere gente e di avere rapporti sociali. In quella stanza leggono, disegnano, dormono, giocano con i videogiochi e navigano su Internet. Ma soprattutto proteggono loro stessi dal giudizio del mondo esterno. Chi attribuisce la colpa del disagio alle nuove tecnologie sbaglia di grosso. Le cause sono molteplici e il fenomeno è sorto prima dell’avvento del pc. Di noto c’è che l’isolamento può durare alcuni mesi o anni, ma una cosa, sostengono gli esperti, è certa: non si risolve mai spontaneamente. Cos’è, come riconoscerlo e curarlo? Lo abbiamo chiesto a Marco Crepaldi, presidente di Hikikomori Italia, “un progetto di sensibilizzazione e informazione corretta sul fenomeno che i media – ma anche i medici – tendono a confondere con la depressione o con la dipendenza da Internet”.

Cos’è l’hikikomori

L’hikikomori è un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle società capitalistiche economicamente più sviluppate. Spiega all’Agi Crepaldi: “L’hikikomori è il frutto si una società che esercita sui ragazzi una serie di pressioni che vanno dai buoni voti scolastici, alla realizzazione personale, alla bellezza fino alla moda”.  Ragazzi e ragazze si trovano così a dover colmare virtualmente il gap che si viene a creare tra la realtà e le aspettative di genitori, insegnanti e coetanei. Quando questo gap diventa troppo grande si sperimentano sentimenti di impotenza, perdita di controllo e di fallimento. A loro volta questi sentimenti negativi possono portare ad un atteggiamento di rifiuto verso quelle che sono le fonti di tali aspettative sociali. E siccome queste fonti sono rappresentate, come detto, dai genitori, dagli insegnanti, dai coetanei e, più in generale dalla società, il ragazzo tenderà spontaneamente ad allontanarsene e a rifugiarsi nella propria camera dove è immune al sentimento della vergogna.

Come si riconoscono gli hikikomori?

I primi segnali arrivano generalmente dalla fase pre-adolescenza fino a quella adulta, don due passaggi chiave: l’inizio e la fine delle scuole superiori. “Le prime perché il ragazzo a confrontarsi con insegnanti e compagni di classe nuovi. La seconda perché è il momento in cui bisogna tracciare la strada che si vuole seguire nella vita”. Spesso la chiusura non è netta: il primo segnale preoccupante sono le frequenti assenze a scuola, tanto che l’assenteismo – che può durare anche anni – è frequentissima nei casi di hikikomori. Tra gli altri principali campanelli d’allarme ci sono:

  • l’inversione del ritmo sonno-veglia
  • l’auto-reclusione in camera da letto
  • la preferenza per le attività solitarie

Al momento in Giappone ci sono di oltre 500.000 casi accertati, ma secondo le associazioni che se ne occupano il numero potrebbe arrivare addirittura a un milione (l’1% dell’intera popolazione nipponica). Nel nostro Paese, secondo Hikikomori Italia, alcune stime (non ufficiali) riportano almeno 100.000 casi. “La maggior parte dei ragazzi hanno tra i 15 e i 25 anni, ma non mancano casi più giovani o più adulti. Provengono da famiglie benestanti e spessissimo sono figli unici in quanto subiscono le maggiori aspettative genitoriali. In moltissimi casi sono figli di genitori separati. Sono ragazzi molto intelligenti, che non hanno alcun problema a livello scolastico e che hanno poco in comune con i compagni di classe”.

 

Perché si diventa hikikomori

Le cause sono varie, ma alla base c’è una fragilità caratteriale dei ragazzi che provano dolore e disagio nel vivere alcune situazioni sociali. L’hikikomori sarebbe infatti il risultato di una serie di concause caratteriali, sociali e familiari. Eccole spiegate una per una.

Caratteriali: Gli hikikomori sono ragazzi molto intelligenti, ma anche particolarmente introversi e sensibili. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell’affrontare con efficacia le inevitabili difficoltà e delusioni che la vita riserva.

FamiliariL’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili cause, soprattutto nell’esperienza giapponese.

Scolastiche: Il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Molte volte dietro l’isolamento si nasconde una storia di bullismo.

Sociali: Gli hikikomori hanno spesso una visione molto negativa della società e soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale che da essa derivano, a tal punto da arrivare a ripudiarle.

Tutto questo porta a una crescente difficoltà e demotivazione del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino a un vero e proprio rifiuto della stessa. Il disagio cresce col crescere dell’età: mentre gli hikikomori restano chiusi in camera, i compagni si diplomano, si laureano, trovano lavoro. E il confronto con gli amici per questi ragazzi diventa sempre più insopportabile.

Hikikomori, la sindrome dei ragazzi che si chiudono in camera e rifiutano ogni aiuto
 sindrome hikikomori

Cosa NON è l’hikikomori

Sempre più spesso l’hikikomori viene scambiato con patologie con cui non ha nulla a che fare, generando una grande confusione intorno al fenomeno. Ecco cosa non è l’hikikomori.

Non è dipendenza da internet: Il fenomeno è scoppiato in Giappone ben prima della diffusione del personal computer. Questo significa che prima che esistesse internet l’isolamento degli hikikomori era totale. Da questo punto di vista l’utilizzo del web può addirittura essere interpretato come un fattore positivo in quanto consente ai ragazzi di continuare a coltivare delle relazioni sociali che altrimenti non avrebbero.

Non è depressione: Secondo molti l’isolamento degli hikikomori sarebbe solamente la conseguenza di uno stato depressivo. “Si tratta di una falsa credenza, nonché di una banale semplificazione”, spiega Marco Crepaldi. Innanzitutto, come stabilito anche dal Ministero della Salute Giapponese nel 2013, l’hikikomori non è una malattia (al contrario della depressione). È stata infatti dimostrata l’esistenza di un “hikikomori primario”, ossia un hikikomori che si sviluppa prima e a prescindere da altre patologie; uno stato di ritiro che non deriva da nessun disturbo mentale preesistente”.

Non è una fobia sociale: Così come l’isolamento dell’hikikomori non è causato dalla depressione, esso non nemmeno riconducibile semplicemente a un disturbo d’ansia, come, ad esempio, la fobia sociale o l’agorafobia (ovvero la paura degli spazi aperti, dei luoghi pubblici). “È innegabile che dopo un lungo periodo di isolamento una persona possa sviluppare una dipendenza dal computer, possa sperimentare un calo dell’umore o avere paura di uscire di casa, ma questo può portarci ad affermare che dipendenza da internet, depressione e fobie sociali siano la causa dell’hikikomori?  La risposta è “no””.

È possibile aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato?

La risposta è sì. Sbagliato però sottoporre i ragazzi a una terapia tradizionale – ammesso che i diretti interessati vogliano farlo -.  “Oggi ci sono pochi terapeuti ben formati sul problema. I medici non conoscono il fenomeno, non sanno da dove iniziare e tendono a inquadrarlo nelle categorie classiche: fobia sociale, disturbo della personalità, depressione…”, spiega Crepaldi. “L’approccio giusto, invece, è diverso e richiede il coinvolgimento dei entrambi i genitori. Spesso accade che solo la mamma si renda disponibile. La buona riuscita della terapia dipende anche dal papà”. Quanto ai farmaci nella fase inziale sono inutili. “La terapia farmacologica può rivelarsi utile nella fase acuta, quando il ragazzo dopo anni di isolamento, inizia a manifestare anche sindrome paranoide”.  Per Crepaldi, inoltre, è fondamentale che i genitori tengano sempre in mente questi tre punti:

Non lo sto facendo per me: Quando vogliamo a tutti i costi aiutare una persona dobbiamo sempre ricordarci che lo stiamo facendo per il suo bene, non per il nostro. Quindi l’obiettivo non deve essere quello di spingere nostro figlio a vivere la vita che noi riteniamo essere più giusta per lui, ma semplicemente aiutarlo a trovare la sua strada, la vita che speriamo possa renderlo più sereno (anche se non corrisponde al nostro modello di vita ideale);

Posso aiutarlo fino a un certo punto: L’impatto che le nostre parole e le nostre azioni possono avere sulla vita di un’altra persona non può mai superare determinati limiti. È doveroso provare ad aiutare una persona che riteniamo essere in pericolo, ma allo stesso tempo, non possiamo agire per conto di quella persona e la nostra responsabilità sulle sue scelte è, giustamente, ridotta. Ognuno è padrone della propria vita, anche nostro figlio.

Devo continuare a vivere la mia vita: Quando si ha un figlio in difficoltà si farebbe di tutto pur di aiutarlo, anche sacrificare il proprio benessere personale. Eppure, un atteggiamento di abnegazione rischia di provocare l’effetto opposto in un hikikomori, il quale, sentendo su di sé maggiore pressione da parte dei genitori, potrebbe reagire isolandosi ancor più gravemente. Per questo motivo bisogna sforzarsi di continuare a condurre una vita normale senza farsi prendere dalla frenesia e dal panico. La parola d’ordine è sempre “pazienza”.

tratto da AGI > Cronaca

Myths and Facts About Therapy – tratto da www.webmd.com/depression

Tratto da     www.webmd.com/depression

 

Myth: It’s All About Your Mother

If therapy makes you think of lying on a couch talking about your childhood, you may be in for a surprise. Real-world therapy has very little in common with fictional scenes on TV. Although discussing the past may be helpful in some situations, most current therapies focus on solving problems in the present and future.

 

Fact: It’s All About Tools

Therapy provides tools for solving problems and enhancing quality of life, says psychologist Parinda Khatri, PhD. These tools may include relationship skills, anger management, or techniques for controlling thoughts and actions. “You don’t have to go into past issues,” Khatri tells WebMD. “You can be very focused on the present and specific problems you are targeting.”

Myth: Therapy Is for Crazy People

Therapy may have its roots in treating severe mental disorders, but it has since gone mainstream. You don’t have to have a mental illness to benefit from therapy — and seeking therapy does not mean you are mentally ill. Nor is it a sign of weakness. In contrast, it’s a sign of resourcefulness. When life feels like it’s spinning out of control, therapy is one tool to help you control the spin.

dad helping girl tie shoes

Fact: Therapy Is for Everyday Life

These days, everyday life means juggling the demands of your job, family, health, and social circle. Therapy can help you manage those demands more gracefully, whether you’re an overstressed parent or a short-tempered executive (or both). Getting a handle on everyday demands will help you function at a higher level and experience more joy.

spilled coffee on calendar

Myth: You’ll Be in Therapy Forever

That idea of being in therapy for years? It’s another TV cliché. Yes, some people may benefit from ongoing therapy, especially if they have a long-lasting mental illness. But many mental health and quality-of-life issues can be addressed in a few weeks or months.

man in talk therapy

Fact: Short-Term Therapy Works

As few as one to four sessions can help you make significant changes in your life, Khatri says. And the benefits go beyond relieving stress and anxiety. Short-term therapy can help you improve your relationships, brush up on parenting skills, sleep better, manage your weight, adopt healthy habits, and become more effective in pursuing your goals.

therapist talking enthusiactically with patient

Myth: Therapists Just Listen

It has become a running joke: Therapists just listen and say things like, “How does that make you feel?” Although listening is a critical part of the job, good therapists also do a lot of talking. This includes asking targeted questions, helping you set goals, and teaching skills that will help you meet those goals. Your therapist may even assign homework to help you practice your new skills.

repeat of rorschach test

Myth: All Therapy Is the Same

All kinds of therapy are, in essence, a conversation. But the content and structure of that conversation depend on the type of therapy. Solution-focused therapy helps identify and implement strategies that have worked for you in the past. Interpersonal therapy helps improve your interactions with the people in your life. Psychodynamic psychotherapy, a variant of traditional psychoanalysis, aims to give people greater insight into their psychological conflicts and unconscious motivations and feelings. Other options include cognitive-behavioral therapy (CBT) and acceptance and commitment therapy (ACT).

woman envisioning a happier life

Facts About CBT

Cognitive behavioral therapy is one of the most studied forms of psychotherapy. This approach teaches you to recognize and change self-defeating thoughts and behaviors. It is especially effective at treating depression, anxiety, and substance abuse, but can also be helpful for everyday issues, like sleeping better and adopting healthy habits. A typical course of CBT lasts six to 20 sessions.

paraplegic swimming in pool

Acceptance and Commitment Therapy

Acceptance and commitment therapy (ACT) is a form of CBT that helps you become more flexible in meeting challenges. This approach emphasizes acceptance of uncomfortable experiences, along with a commitment to actions that support your personal values. It is particularly helpful in coping with workplace stress, chronic pain, and other long-lasting medical conditions.

couple in therapy

Facts About Couples Therapy

Think couples therapy is for partners who are on the verge of divorce? Therapy is actually far more effective when a relationship is mostly positive, and partners can learn to work through their differences respectfully. “Do you want to dig yourself out of a very big hole,” Khatri asks, “or learn to build a bridge over a smaller hole?” Waiting too long is one of the top mistakes couples make with regard to therapy.

gingerbread men and cookie cutter

Myth: All Therapists Are the Same

The term “therapist” includes people with a wide range of credentials. Psychiatrists are medical doctors who are trained both to provide psychotherapy and prescribe medications when appropriate. Clinical psychologists have a PhD or PsyD (doctor of psychology) and are highly trained psychotherapists. They are not medically trained and therefore cannot prescribe psychiatric medicines except in a few states where legislation has granted them prescribing privileges. Psychiatric APRNs (Advanced Practice Registered Nurses) are clinical nurse specialists or nurse practitioners with at least a Master’s level degree who have advanced mental health training and can provide psychotherapy as well as prescribe medications (either independently or under supervision of a psychiatrist, depending on the state). Social workers and licensed mental health counselors are also qualified to provide therapy. Choose a mental health professional who is experienced in the type of therapy you prefer.

rows of pills

Fact: Therapists Are Not Pill Pushers

Prescription medicine is only one tool a therapist may suggest. The use of medicine depends on why you’re seeking therapy and the severity of the problem. For mild to moderate depression, therapy is often enough. For more severe depression or anxiety, or certain other types of mental health problems, a combination of medication and therapy often works best.  Ask your doctor about the pros and cons of medication in your case.

man signing check

Myth: Therapy Is Expensive

Therapy is sometimes viewed as a luxury, but the costs are more reasonable than you might think. Insurance often covers mental health services, and many university clinics have sliding scales or payment plans. Remember that a handful of sessions can provide significant benefits. If you only see a therapist for a short period, the cost will be more manageable.

man in video conference call with therapist

Fact: Therapy Can Be Convenient

If you’ve been avoiding therapy because you think you don’t have the time, think again. Many offices have weekend and evening hours, and some therapists are willing to do sessions by phone or Skype (as long as you are not in serious distress). Instead of the traditional hour long appointment, therapists can be flexible to accommodate even the busiest schedules. This works best for targeted issues, such as how to sleep better or manage your anger.

Scuola sostituisce la Punizione con la Meditazione. I risultati sono incredibili da dionidream.com

Cosa accade quando un alunno si comporta male a scuola? Viene messo in punizione, mandato dal preside oppure sospeso.

Ma è davvero utile a migliorare lo stato mentale degli alunni? La punizioneconsiste spesso nello stare in piedi in un angolo a fissare la parete oppure qualche altra cosa, ma sicuramente non funziona per far riflettere sulla propria condotta, anzi viene considerato qualcosa di stupido e ingiusto.

Il Prof. Robert W. Coleman della scuola elementare di Baltimora ha ideato qualcosa di diverso per gli studenti si comportano male: la meditazione.

Invece di punire i bambini con la punizione o mandandoli all’ufficio del preside, la scuola di Baltimora ha ora una stanza che si chiama chiamato “Mindful Moment Room” ovvero la sala da meditazione.

La stanza non ha niente a che vedere con una sala da punizione. Invece, è piena di lampade, decorazioni e soffici cuscini viola. I bambini che si comportano male sono invitati a sedersi nella stanza e passare attraverso delle pratiche come la respirazione o la meditazione, aiutandoli a calmarsi e centrarsi. Essi sono inoltre invitati a parlare di quello che è successo.

La meditazione e la consapevolezza sono piuttosto interessanti, scientificamente.

La meditazione mindfulness è stata in giro in una forma o un altra per migliaia di anni. Recentemente, però, la scienza ha iniziato a studiare i suoi effetti sulla nostra mente e corpo ed i risultati sono stupefacenti.

Uno studio, per esempio, ha dimostrato che la meditazione potrebbe dare ai soldati una sorta di armatura mentale contro le emozioni dirompenti, e migliora anche la memoria. Un altro studio ha suggerito che la meditazione può migliorare la capacità di attenzione e di mettere a fuoco.

Per quanto riguarda il cervello si è osservato che la meditazione mindfulness cambia completamente la struttura del cervello migliorandone notevolmente le prestazioni intellettuali e rigenerando gli eventuali danni (quindi ad esempio chi ha fatto uso di droghe o ha avuto ictus, ecc.). E’ stato osservato anche la meditazione è più efficace degli ansiolitici e che allunga la vita. Questi e molti altri studi già sarebbero sufficienti a far introdurre la meditazione in ogni scuola del mondo.

Ritornando alla scuola di Baltimora, quali sono stati i risultati ottenuti dal prof. Robert W. Coleman? Durante tutto l’anno scolastico nessun alunno è stato sospeso perché nessuno ha più avuto alcun comportamento grave, la condotta generale è migliorata notevolmente, le assenze si sono ridotte, lo stato di benessere degli alunni è aumentato come riportano i genitori e le prestazioni scolastiche sono migliorate!

“E ‘incredibile”, ha detto Kirk Philips, il coordinatore di Robert W. Coleman. “Non si sarebbe potuto pensare che i bambini piccoli potessero meditare in silenzio. E lo fanno!”

“Abbiamo avuto genitori ci dicono, ‘sono tornata a casa l’altro giorno stressata, e mia figlia mi ha detto: ‘Ehi, mamma, hai bisogno di sederti. Ora ti insegno come respirare’.”

Nella stanza di meditazione, tutti gli alunni periodicamente fanno una meditazione collettiva e c’è anche un insegnante di Yoga che gli insegna a migliorare l’elasticità e il benessere della loro muscolatura ed articolazioni. E non manca anche l’attenzione all’ambiente. I bambini aiutano a ripulire parchi locali, costruire giardini e visitare aziende agricole vicine.

Questo non sta accadendo solo in una scuola. Molte scuole stanno cercando questo tipo di pensiero olistico, e sta producendo risultati incredibili.

Nel Regno Unito, per esempio, la meditazione mindfulness nelle scuole è sempre più diffusa. Ci sono molti benefici che la meditazione ci offre e vengono sempre più spesso confermati da studi scientifici. Abbiamo imparato attraverso la ricerca scientifica che la meditazione può alleviare il dolore, migliorare la creatività, alleviare lo stress e stimolare il sistema immunitario.

Can One Suicide Lead to Others?

The death of famed chef Anthony Bourdain, who apparently killed himself in a hotel room in France, caps a week of unnerving news about suicide.

Rates are climbing across the United States, the Centers for Disease Control and Prevention reported on Thursday — in some states, by as much as 30 percent since 1999.

Prevention remains an elusive goal. Just days earlier, Americans were stunned to learn the designer Kate Spade had hanged herself in her New York apartment.

The interior drama that turns self-destruction into an idea, then an attractive choice, and finally a necessary solution is rarely evident to survivors. We do not know what mix of impulses drove the designer and the chef to suicide.

Notes left behind, when they exist, can provide clues. Researchers have found few patterns in those missives, however, and little to predict behavior.

Yet scientists do know that contagion can be a factor, from previous research into so-called suicide clusters, especially in young people.

There is no formal definition of a cluster, but research by Dr. Madelyn Gould, a psychiatric epidemiologist at Columbia University, has shown that multiple suicides can occur close together, both in time and in place.

It happens on average in at least five communities a year in this country, studies suggest. Up to 5 percent of suicides among adolescents occur close to others, a higher rate than found in adults.

These suicide flurries can emerge as grim, incomprehensible fads. Over several months in 2007 and 2008, three high school students in the close-knit community of Nantucket, Mass., killed themselves. They were thought to be acquainted

The year before, 17 young people are thought to have killed themselves in Bridgend, a county borough of 130,000 in Wales.

Some clusters may just be coincidence, and investigators have looked in vain for similarities or shared reasons. But one common thread is media coverage.

Researchers have found that highly publicized suicides can precede others, often by similar means, in the months that follow — in people already thinking about killing themselves.

The likelihood of this contagion appears to depend on the prominence of the coverage. In recent days, certainly, Ms. Spade’s death has been widely reported.

While contagion is not a factor in most suicides, Dr. Gould has written, the elevation of relative risk “given exposure to the suicide of one or more other persons may be quite great.”

She added: “Although the number of suicides that occur in clusters may be relatively small, they represent a class of suicides that may be particularly preventable.”

Two issues cloud prediction and prevention efforts. One is that about 80 percent of people who make an attempt never tell anyone in advance.

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The other is that the act is often impulsive, and can be impulsively interrupted. As the G.K. Chesterton poem “A Ballade of Suicide” has it:

But just as all the neighbors — on the wall —

Are drawing a long breath to shout “Hurray!”

The strangest whim has seized me … After all

I think I will not hang myself today.

Conversely, once the notion to commit suicide takes hold, it may just as suddenly create an inevitability of its own.

In his landmark book, “The Savage God,” the English poet and critic A. Alvarez, who attempted suicide himself, wrote that suicide is “a closed world with its own irresistible logic.” He continued, “Once a man decides to take his own life he enters a shut-off, impregnable but wholly convincing world where every detail fits and each incidence reinforces his decision.”

Non solo droga: gli adolescenti e le dipendenze

Sapete quante nuove droghe compaiono ogni anno? E quante volte al giorno un adolescente controlla il suo smartphone?

Non solo droga: gli adolescenti e le dipendenze

Ne compaiono di nuove 100-120 all’anno, sono già in totale oltre 700. Come si fa a tener testa a una simile invasione, e così differenziata, di droghe? In effetti molte di queste sostanze, sintetiche e non, è ignota alle autorità, dunque non proibita (perfino i cani non le fiutano) e, cosa più grave, sconosciuta anche per i medici che devono curare chi ne è rimasto segnato. Tra questi, gli adolescenti: almeno l’otto per cento risulta avere usato sostanze non classiche. La metà del consumo va tuttavia assegnata a persone sopra i 35 anni.
È la «spice» la nuova regina delle droghe tra i giovani 

L’ADOLESCENZA E LE DIPENDENZE

Ora, l’età dell’adolescenza è la più delicata. In questa epoca vanno formandosi e consolidandosi le strutture cerebrali adulte che possono venire influenzate – a volte per sempre – da vissuti negativi e da dipendenze. Tra cui, oggi, le dipendenze da tecnologia: smartphone, computer, social network. «Dio solo sa che cosa combineranno ai cervelli dei nostri ragazzini», ha esclamato di recente il co-fondatore di Facebook Sean Parker, messo forse in allarme dalla sua stessa creatura.

LA MENTE SI MODELLA

«L’adolescenza non è soltanto uno spazio di transizione psicologica, come si dice da sempre, ma va compresa anche dal punto di vista neurobiologico: dai 13 ai 25 anni all’incirca il cervello si modella e assume la struttura adulta, acquisendo competenze cognitive, relazionali e affettive che resteranno sostanzialmente stabili nel resto della vita». Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento Salute mentale e Neuroscienze degli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, a questo riguardo ha scritto un libro, che ora presenta, insieme al co-autore, lo psichiatra Giovanni Migliarese, responsabile nella stessa struttura del Centro per il disturbo da deficit di attenzione e i disturbi del neurosviluppo nel giovane adulto.
I ragazzi e quelle droghe prese a occhi chiusi

GENITORI SPERDUTI

Dice Migliarese, nel sostenere che il volume «Quando tutto cambia. La salute psichica in adolescenza» (Pacini editore, pagine 240, euro 18) è per tutti, non solo per gli specialisti, che sono stati spinti a scriverlo dalle richieste dei genitori, sperduti davanti a una realtà inedita in cui affondano i figli e per loro terra sconosciuta. «In Italia abbiamo circa 8 milioni e 200 mila giovani tra i 12 e i 25 anni – continua Mencacci -. Di questi il dieci per cento, dunque ben ottocentomila, si dichiarano insoddisfatti della loro vita, delle loro relazioni amicali, familiari e della loro salute. E’ a questi ottocentomila giovani che occorre prestare attenzione aiutando a riconoscere tutti quei fattori che possono favorire l’esordio e il mantenimento di patologie psichiche». Se queste sono prese precocemente in cura, si possono ottenere ottime risposte cliniche grazie all’elevata plasticità del cervello nel periodo adolescenziale. La stessa plasticità che rende più facili le distorsioni. «E’ proprio negli anni dell’adolescenza che danno i primi segni la gran parte delle patologie psichiche dell’età adulta», dice lo psichiatra Migliarese.
Anche la dipendenza da fumo può dare crisi d’astinenza?

COMPORTAMENTI «TOSSICI»

Nella tossicità di cui parla Mencacci rientrano anche le dipendenze comportamentali, senza uso di sostanze. Che cosa succede a un cervello se sta sempre otto ore davanti a uno schermo? Che gli succede se i ragazzini guardano 75 volte al giorno (questi i dati portati da Mencacci) lo smartphone? Poi ci sono internet, il gambling, i social networks, la pornografia, i videogiochi… Chi non spegne mai il telefono vive in un continuo stato di allerta. Una tensione che non facilita il sonno. E su questo punto Mencacci e Migliarese si soffermano molto: lo sviluppo delle tecnologie è una minaccia per il ritmo sonno-veglia. Molti adolescenti rispondono a messaggi che arrivano nel cuore della notte, interrompendo un sonno che comunque risulta di scarsa qualità. «Ci sono delle alterazioni cerebrali dovute alle dipendenze comportamentali che, osservate dentro il cervello, appaiono sovrapponibili alle alterazioni da uso di sostanze», dice ancora Mencacci. Il cui ultimo avvertimento riguarda proprio le ore di sonno: «A 18 anni il 75 per cento dei ragazzi dorme meno di 8 ore. E c’è addirittura una fetta che non supera le 6 ore. Non va bene, il sonno protegge la crescita mentale».

Le fasi dello sviluppo psicosessuale di Freud di Igor Vitale

Nel 1905, Freud scrisse una delle sue opere più famose, intitolata Tre saggi sulla teoria sessuale, che da un lato, rese possibile la scoperta clinica della sessualità infantile, e dall’altro, determinò l’abbandono della teoria della seduzione.

Come era tradizione nell’Europa cristiana, la sessualità, veniva considerata una prerogativa della vita adulta, in quanto connessa al solo uso dell’apparato genitale finalizzato alla riproduzione, quindi il bambino veniva visto come una creatura innocente priva di spinta sessuale.

Sigmund Freud, con la sua nuova opera, rivoluzionò tale concezione, designando la sessualità non solo come un impulso diretto al piacere corporeo, ma come l’insieme di tutte le attività che provocano appagamento di bisogni elementari, quindi non aveva sede in un organo specifico; inoltre, non considerava il bambino una creatura innocente priva di spinta sessuale, ma un potenziale perverso polimorfo[1] che già nell’infanzia predisponeva di una propria sessualità; quest’ultima, quindi, è divenuta il fulcro della vita psichica dell’essere umano, poiché, oltre ad essere presente sin dalle prime fasi dello sviluppo infantile, influenza in maniera decisiva lo sviluppo psichico successivo e va a costituire l’organizzazione sessuale della vita adulta.

Nei paragrafi precedenti, abbiamo presentato le nozioni fondamentali della teoria di Freud, proprio perché la concezione freudiana della sessualità, si basa sui concetti di pulsione di vita e di morte che sono presenti nell’Es sin dalla nascita.

Sigmund_Freud_1926

La pulsione di vita, chiamata da Freud “libido”, ha una costituzione innata, quindi, essendo presente sin dalla nascita, non vi è discontinuità tra libido infantile e libido adulta, l’unica cosa che cambia è l’oggetto della libido, non la libido stessa; ma la pulsione di vita, non è l’unica forza che opera in noi, esiste infatti, un’ulteriore forza che agisce proprio nel senso opposto alla libido ed è quella che Freud chiama pulsione di morte che, se rivolta all’interno di noi stessi porta all’autodistruzione, mentre se viene rivolta verso l’esterno, prende la forma dell’odio, dell’aggressione e della distruttività.

Secondo la teoria freudiana, il bambino alla nascita è bisessuale e solo con l’adolescenza raggiungerà la completa formazione della sua identità. Durante l’infanzia, l’organizzazione sessuale del bambino viene identificata come disorganizzata e autoerotica, questo vuol dire che l’eccitazione sorge in particolari zone del corpo, chiamate zone erogene e la funzione, è quella di raggiungere l’appagamento dei bisogni organici fondamentali. Come possiamo vedere nel libro Tre saggi sulla teoria sessuale, Freud afferma che: <<Un’ulteriore ipotesi provvisoria nella teoria delle pulsioni, ed è un’ipotesi di cui non possiamo fare a meno, dice che gli organi del corpo forniscono eccitamenti di due specie, i quali sono fondati su differenze di natura chimica. Una di queste specie di eccitamento noi la chiamiamo specificatamente sessuale, e l’organo relativo lo definiamo “zona erogena” della pulsione sessuale parziale che ne deriva.>> [2]

Attraverso le fasi dello sviluppo psicosessuale, Freud sottolinea l’importanza del passaggio dalla dipendenza all’autonomia, affermando che il corso dello sviluppo infantile, porta ad un sempre crescente distacco dai genitori e che essendo inevitabile, comporta difficoltà intrinseche ad ogni sviluppo fisico. Nell’opera Al di là del principio di piacere, Freud parla del gioco del rocchetto con cui giocava il suo nipotino. In questo gioco, il bambino lanciando e riacchiappando un piccolo rocchetto attaccato ad una cordicella, ricreava, sotto il suo personale controllo, l’esperienza dell’andare e venire della madre, questo porta a considerare il gioco come il grande risultato di civiltà raggiunto dal bambino, con la rinuncia pulsionale. Quest’ultimo, ha in parte rinunciato alle sue esigenze (di deprivazione pulsionale) sulla madre, ostentando un capovolgimento dalla passività all’attività, dove quest’ultima è un meccanismo per affrontare la pressione del suo attaccamento libidico, quindi ora è lui a guidare il processo di separazione.  I concetti di attività e passività, sebbene fossero riferiti alle mete pulsionali, divennero più chiari, in termini di relazioni oggettuali, in una formulazione successiva dove afferma che le prime esperienze sessuali che i bambini, maschi e femmine, vivono con la madre sono di natura passiva; una parte della loro libido rimane legata a questa esperienza e gode dei soddisfacimenti che ad essa sono connessi, mentre l’altra parte tenta di convertirsi in qualcosa di attivo. I bambini quindi, o si accontentano dell’autonomia, cioè di fare essi stessi ciò che prima subivano, o della ripetizione attiva nel gioco delle loro esperienze passive, oppure tramutano la madre nell’oggetto[3] verso il quale essi assumono la parte di soggetti attivi.

Vediamo ora, in modo più approfondito, come il bambino, passando attraverso vari stadi, dove gli impulsi libidici sono concentrati su una particolare zona erogena del corpo, arrivi ad una congiunta evoluzione della sessualità e della sfera emotivo-affettiva.

Il primo stadio, che corrisponde alla fase orale, è relativo al primo anno di vita; è una fase di autoerotismo, il che vuol dire che non conosce oggetti e la zona erogena è la bocca, quindi è lì che si concentrano gli impulsi libidici e le prime manifestazioni affettivo-sessuali del bambino. Inizialmente, attraverso la suzione alimentare e quindi l’allattamento, il bambino non viene solo nutrito, ma sperimenta le prime esperienze di piacere; è solo in una fase successiva, che la bocca non viene più utilizzata solo per la gratificazione alimentare, ma diviene un organo di conoscenza della realtà, quindi il piacere non è più legato al bisogno di essere nutrito, ma viene provocato dalla suzione di oggetti diversi dal seno, in particolare, da parti del proprio corpo, come il pollice.

Come possiamo vedere nel libro sopracitato, Freud afferma che: <<La suzione o il ciucciare, che si presenta già nel poppante e viene proseguita fin negli anni della maturità o può mantenersi per tutta la vita, consiste in un contatto di succhiamento ritmicamente ripetuto con la bocca (le labbra), la lingua, un qualsiasi altro raggiungibile punto della pelle- persino l’alluce- vengono presi per oggetto sul quale si eseguisce il succhiamento.>>[4]

All’inizio del paragrafo, abbiamo detto che la sessualità si basa sui concetti di pulsione di vita e di morte, un esempio lo possiamo trovare proprio in questa fase, che Freud e Abraham hanno diviso in orale-passiva e orale-aggressiva. All’inizio, il bambino sperimenta la gratificazione attraverso la suzione alimentare dove l’afflusso di latte caldo causa la sensazione di piacere, ma verso il secondo anno di vita, inizia a svilupparsi la dentizione, quindi il bambino rinuncia all’alimentazione interamente liquida e sperimenta la gratificazione attraverso gli atti aggressivi orali, che servono per compensare l’esperienza di frustrazione dovuta al fatto che il seno non è sempre disponibile, quindi la fase orale-aggressiva è caratterizzata dal piacere del mordere, mentre quella orale-passiva è caratterizzata dalla gratificazione della suzione. Parlando dello sviluppo della dentizione, Freud afferma che: <<Da principio, il soddisfacimento della zona erogena era associato al soddisfacimento del bisogno di nutrizione(…) Chi vede un bambino abbandonare il petto della madre, ne veda le guance arrossate e come egli piombi nel sonno con un sorriso beato, dovrà dire che questa immagine rimane esemplare per l’espressione del soddisfacimento sessuale nel seguito della vita. Ora, il bisogno di ripetere il soddisfacimento sessuale viene diviso dal bisogno dell’assunzione di cibo; questa scissione è inevitabile quando spuntano i denti e il nutrimento non viene più esclusivamente succhiato ma masticato.>>[5]

La fase sadico-anale, concerne il secondo anno di vita, dove il bambino acquisisce un’indipendenza motoria; in questa fase, gli impulsi libidici si spostano dalla bocca alla nuova zona erogena, quella anale, grazie all’acquisizione del controllo degli sfinteri. Il bambino sperimenta un rapporto positivo con le sue feci, perché le vive come parti del proprio corpo, quindi ora la gratificazione è legata all’atto del trattenere e lasciar andare le feci, poiché è attraverso la valorizzazione dei prodotti della defecazione che il bambino esprime le opposte tendenze che dominano in lui e che possono essere: autoerotiche, quindi il bambino può trattenerle come gratificazione personale, possono essere un segno di amore, quindi il piccolo può offrire le sue feci alla madre come un regalo e infine possono esprimere aggressività e dominio, quindi l’infante può ad esempio lasciarle andare per sporcare ed esprimere la sua ostilità. Infatti come afferma Freud nell’opera Tre saggi sulla teoria sessuale: <<il contenuto intestinale, che fungendo da massa stimolante su una superficie mucosa sessualmente sensibile si comporta come il predecessore di un altro organo che entrerà in azione solo dopo la fase dell’infanzia, ha d’altro canto per il lattante altri importanti significati. Evidentemente è trattato come una parte del proprio corpo, rappresenta il primo “regalo”, con il cui rifiuto può essere espressa la sfida del piccolo essere verso il suo ambiente. Come “regalo” assume poi il significato di “bambino”, che, secondo una delle teorie sessuali infantili, viene acquisito mangiando e partorito attraverso l’intestino.>>[6]

La fase fallica, si svolge durante il terzo e il quarto anno di vita ed è caratterizzata dalla concentrazione delle pulsioni libidiche sugli organi genitali, che quindi vanno a rappresentare la successiva zona erogena. Per quanto riguarda il bambino quindi, la zona erogena è costituita dal pene, chiamato anche fallo, che nel piccolo porta all’angoscia di castrazione, come affronteremo nel complesso di Edipo; mentre, per quanto riguarda le bambine, la zona erogena è costituita dall’organo genitale femminile, in particolare dal clitoride, quindi l’assenza del pene porta a quello che Freud ha identificato come “invidia del pene”.

L’angoscia di castrazione[7], è strettamente connessa alla situazione edipica, poiché i bambini, in questa particolare fase, desiderano e amano il genitore di sesso opposto e provano un misto di amore-odio-rivalità per il genitore dello stesso sesso. In altre parole, il bambino a questa età, provando amore e desiderio nei confronti della madre, vive la relazione con il padre con un forte senso di rivalità, proprio perché prova gelosia nei confronti del suo oggetto d’amore. Per la bambina, la situazione è naturalmente inversa e viene identificata con il mito di Elettra.

A tre quattro anni, il piccolo inizia a rendersi conto delle differenze anatomiche tra l’uomo e la donna, ma il fatto che la donna è priva del pene, non è concepito come una diversità anatomica costituzionale, bensì come una castrazione punitiva da parte di un genitore. La paura del bambino quindi, è che a causa delle sue fantasie sessuali e dei suoi desideri incestuosi nei confronti della madre, il padre lo punisca per mezzo della castrazione; è il concetto di padre eviratore che suscita nel bambino angoscia e senso di colpa nei confronti di quest’ultimo, e questo conduce il piccolo a rinunciare al suo oggetto d’amore per identificarsi con il genitore del suo stesso sesso, introiettando i suoi valori e i suoi atteggiamenti; è così che il complesso di Edipo si risolve e questo meccanismo porta alla completa strutturazione del Super-Io che funge appunto, da coscienza morale.

Il periodo di latenza, corrisponde all’intervallo dai cinque agli undici anni circa, questa fase è caratterizzata dalla rimozione del complesso edipico e dal fatto che la libido è dormiente, quindi le pulsioni sessuali vengono sublimate verso scopi socialmente accettabili e attività adattive; è proprio in questa fase che il bambino inizia a socializzare e a sviluppare i primi rapporti amichevoli con i ragazzini del suo stesso sesso e a focalizzarsi sulle attività che caratterizzeranno il suo sviluppo, come lo sport e la scuola.

Lo fase della pubertà, è caratterizzata dall’integrazione delle pulsioni parziali sotto il primato genitale, quindi lo stato di auto-erotismo lascia il posto a quello di amore oggettuale; se nella fase precedente la libido era latente, durante la fase della pubertà le pulsioni sessuali sono nuovamente investite di libido e l’oggetto d’amore incestuoso si ripresenta. Solo a seguito del ritorno edipico, l’individuo sarà capace di spostare il suo interesse verso altri oggetti esterni al nucleo familiare, maturando così la rinuncia ai genitori come oggetti sessuali infantili.

Durante questa fase di sperimentazione, il bambino mette alla prova la propria identità, al riparo dal sesso opposto, quindi non è da considerare infrequente una fase omosessuale nella prima adolescenza, poiché è proprio alla fine di questo periodo, che la vita sessuale polimorfa e mutevole del bambino, acquista un’organizzazione stabile e un’identità sessuale definitivamente formata.

Il compimento dello sviluppo psicosessuale e i concetti di fissazione e regressione sono in stretto contatto, poiché, secondo Freud, la predisposizione alla futura nevrosi dipende dalle difficoltà incontrate, durante lo sviluppo, nel progredire da un livello di organizzazione pulsionale ad un altro. La fissazione, è intesa come un arresto nello sviluppo, che può portare alla maturazione delle aberrazioni e delle perversioni sessuali; questo arresto, non permette alle diverse fasi dello sviluppo psicosessuale di integrarsi in un modello globale sotto il primato genitale, poiché una grande quantità di libido sessuale viene mantenuta a fasi precedenti dello sviluppo.

Per quanto riguarda la regressione, è un meccanismo di difesa che l’individuo mette in atto per proteggere l’Io da eventi ritenuti pericolosi per la sua integrità; essa rappresenta un altro grande pericolo, poiché, se l’individuo non sviluppa delle tecniche di appagamento più evolute, potrebbe regredire a fasi precedenti dello sviluppo per ritornare alle antiche tecniche che procuravano soddisfazione.

La tendenza dell’individuo a schivare le difficoltà esterne regredendo alle fissazioni, è direttamente proporzionale all’intensità delle fissazioni lungo il cammino evolutivo. La duplice nozione di fissazione-regressione diviene centrale per Freud per spiegare l’etiologia delle nevrosi[8].

 

[1] Questa definizione che Freud dà del bambino, è per sottolineare che racchiude in sé tutte le possibili perversioni, che poi potranno svilupparsi o meno a seconda dei fattori ambientali. Le perversioni, secondo Freud, hanno una costituzione innata in tutti gli uomini, quindi essendo qualcosa di disposizionale, l’intensità può subire oscillazioni che possono essere accentuate dagli influssi della vita. In altre parole, le radici della pulsione sessuale, essendo innate e costituzionali, si sviluppano fino a diventare i reali veicoli dell’attività sessuale, altre volte invece, possono subire un’insufficiente repressione e così attraggono a sé, attraverso i sintomi, una parte considerevole di energia sessuale. Infine solo se sono sottoposte a efficaci limitazioni e rielaborazioni, possono dar vita alla vita sessuale normale che quindi si pone nel mezzo di questi due estremi. In conclusione la presunta costituzione delle perversioni è dimostrabile solo nel bambino, anche se tutte le pulsioni si presentano solo con una modesta intensità.

[2] Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti, p. 480.

[3] Il termine “oggetto” ha, nella psicoanalisi freudiana, almeno due diversi significati. Il primo è quello correlato alla pulsione: l’oggetto è ciò in cui e con cui la pulsione tende a raggiungere la soddisfazione, quindi, esiste come mezzo di tensione pulsionale. Il secondo significato del termine “oggetto” indica un qualcosa che prescinde dalla pulsione, ammesso che questa possa essere considerata in maniera indipendente rispetto agli oggetti, e designa ciò che per il soggetto è oggetto di attrazione e di amore. Ma questa seconda concezione, in Freud, è particolarmente sfumata, ed interessa fasi più tardive dello sviluppo; solo alla pubertà, infatti, interviene per Freud la scelta oggettuale. Nel bambino le pulsioni vengono considerate parziali e questo spinge l’infante a distinguere un oggetto propriamente pulsionale, capace di procurare il soddisfacimento della pulsione in causa, da un oggetto d’amore vero e proprio che soggiace alla dualità degli istinti e delle pulsioni di vita e di morte.

[4] Ivi, p. 490.

[5] Ivi, p. 492.

[6] Ivi, p. 495.

[7] La Klein, attraverso lo studio di alcune bambine dell’età di due anni, ha postulato l’esistenza di situazioni d’angoscia nelle femmine che sono equivalenti all’angoscia dii castrazione nei maschi. Freud afferma che l’angoscia di castrazione del maschio corrisponda nelle femmine alla paura di perdere l’affetto della madre. Questa particolare angoscia nasce dalle pulsioni aggressive verso la madre e dal desiderio di ucciderla per prendere il suo posto. Tali pulsioni non suscitano nella bambina solo la paura di essere assalita dalla madre, ma anche il timore che quest’ultima muoia a causa sua ed qui che si genera il senso di colpa che può portare alla psicopatologia.

[8] Partendo dall’assunto che, come per i sogni, anche per i sintomi nevrotici è possibile scoprire un senso recondito prevalentemente inconscio che si collega sempre alle esperienze soggettive, Freud ha distinto le psiconevrosi (isteria di conversione, nevrosi fobica e la nevrosi ossessiva), basate su conflitti che hanno origine nell’infanzia con conseguenti fissazioni a fasi precoci di sviluppo che ostacolano la piena maturazione psicologica dell’individuo, dalle nevrosi attuali (la nevrastenia, la nevrosi d’angoscia e ipocondria), dove i conflitti del presente, sono legati all’assenza o all’inadeguatezza del soddisfacimento sessuale.