L’uso buono del lockdown

Federica Brunini e Emma Cosma Giovedi 23 Aprile ore 21

Non so da quanti giorni sia iniziata questa nostra necessaria clausura, né quanti ne manchino al termine, ammesso che quel termine ci sia. Ho perso il conto, così come ho perso il filo di tante cose, programmi, viaggi, emozioni che avrei voluto sperimentare e invece sono svanite –puff!-in questo tempo sospeso. Eppure, altri eventi si sono fatti avanti: altri appuntamenti e riti stanno riempiendo le mie giornate e la mia agenda e sono momenti che stanno regalandomi nuove opportunità e nuove risorse che non avrei mai immaginato.

Ne voglio condividere qualcuna con voi e per più di un motivo: primo, perché mi mancate; secondo, perché penso che mai come in queste settimane sia necessario esserci per gli altri, ognuno a modo nostro e secondo le sue modalità; terzo perché spero che qualcuna delle attività che mi coinvolgeranno questa settimana possa interessare anche voi.

A partire da oggi lunedì 20 aprile mi trovate a chiacchierare di Royals nel podcast di IODonna, che potete ascoltare gratuitamente sul vostro cellulare, computer o laptop. Da molti anni infatti sono una “Royal Watcher” per Grazia e altri settimanali italiani, così come la biografa ufficiale in Italia di Kate Middleton, alias la duchessa di Cambridge.

Martedì 21 aprile alle ore 18 sarò online sulla pagina Facebook del mio blog e sulla pagina Facebook della Libreria Millestorie di Laura Orsolini, insieme alla collega giornalista Veronica Deriu e altri ospiti con cui parleremo di libri, lettura, scrittura ma anche cucina, musica e tutto ciò che ci passa per la testa.

Giovedì 23 aprile alle 21, invece, apro casa a tutte voi: inauguro una sorta di “salotto” virtuale in cui inviterò ogni settimana un ospite a fare due o quattro chiacchiere con me e con voi. Per partecipare, mettete Like sulla mia pagina Facebook e sul mio account Instagram e seguitemi. Giovedì sarò in compagnia della psicoterapeuta e analista transazionale Emma Cosma per affrontare con lei il tema delle relazioni durante e dopo il lockdown: come stiamo vivendo i nostri sentimenti di amore e amicizia in questi giorni e come saranno le nostre relazioni affettive e sociali da qui in avanti?

Federica Brunini

 

Il “ Tempo”rallentato ai tempi del virus

All’improvviso , da un giorno all’altro, il mondo si ferma, ci dobbiamo tutti fermare. La velocità di prima con il suo sovraccarico d’impegni non esiste più. E la vita può apparire priva di senso e progettualità. ma non è così. Non possiamo più correre freneticamente di qua di là. Ci troviamo costretti ad allentare a mollare il controllo a lasciare andare. E’ il tempo dell ‘ora, del qui ed ora. Ora possiamo fermarci e forse riposare, dare spazio al nostro interiore alla nostra anima e nutrirla. La mente non si ferma mai, però se rinunciamo al controllo ci sentiamo meno stressati. Ci si può concedere di più la lettura del nostro libro preferito , l’ascolto della nostra amata musica, yoga, esercizio fisico, cucina,  insomma tutte quelle che attività che prima facevamo , magari di corsa e senza gustarle e sentirle davvero. Diamo accesso alla nostra creatività. La creatività è sempre un antidoto alla tristezza all’ansia, alla solitudine, ci aiuta a tenere a bada le nostre paure ed e ‘catartica. Coltiviamola ora con calma .

La Paura e L’isolamento ai tempi del Coronavirus

Siamo indubbiamente in un momento epocale  difficile che ci ha improvvisamente imposto un cambiamento delle nostre abitudini per fronteggiare un nemico invisibile e sconosciuto.Il fatto di non poter tornare alla normalità ci sta mettendo a dura prova e rischia di condurci a una perdita di speranza e fatica a vederne l’uscita. Navigare a vista e non riuscire a percepire una fine ci disorienta e puo’ avere un contraccolpo forte e grave sul fronte emotivo e psicologico .Si alternano emozioni e vissuti di paura , angoscia, incertezza, ansia, rabbia , solitudine , tristezza che possono essere difficile da gestire in questo momento così diverso , unico e in un certo senso surreale,  per la nostra generazione. Si aggiunge la  forzata convivenza in ambiente famigliare e a volte già precedentemente difficile in cui conflitti e le dinamiche rischiano d’amplificarsi. Bambini e adolescenti che avendo perso la routine scolastica, la possibilità di evadere e praticare le attività usuali possono faticare a stare in una situazione così costretta e insolita . E’importante quindi chiedere supporto ed e ‘ legittimo e adeguato avere momenti di sconforto e ansia laddove si fatica a trovare o ad attivare risorse personali . Ne usciremo , fuori dal dolore c’e sempre la gioia.

Sei bella.

Sei bella.
E non per quel filo di trucco.
Sei bella per quanta vita ti è passata addosso,
per i sogni che hai dentro
e che non conosco.
Bella per tutte le volte che toccava a te,
ma avanti il prossimo.
Per le parole spese invano
e per quelle cercate lontano.
Per ogni lacrima scesa
e per quelle nascoste di notte
al chiaro di luna complice.
Per il sorriso che provi,
le attenzioni che non trovi,
per le emozioni che senti
e la speranza che inventi.
Sei bella semplicemente,
come un fiore raccolto in fretta,
come un dono inaspettato,
come uno sguardo rubato
o un abbraccio sentito.
Sei bella
e non importa che il mondo sappia,
sei bella davvero,
ma solo per chi ti sa guardare.

Alda Merini

#Noallaviolenzasulledonne#

Sara , La passione per la moda e le ancore regole ferree delle taglie

Sara ( nome di fantasia ) è una ragazza di 23 anni, acqua e sapone con la passione e l amore per la moda ma che ha pagato a caro prezzo. Si rivolge a me per una grave insonnia e attacchi di panico che le sopraggiungono senza “motivo preciso”ma che ultimamente le rendono la vita difficile e faticosa , in particolare quando deve affrontare qualche sfilata di moda. Non hai pensato che il cibo fosse un problema per lei, ha sempre ritenuto il cibo un piacere e una gratificazione anche sociale. Cresciuta in una famiglia in un piccolo paese della campagna piemontese dove i ritmi lenti si mescolavano alla consapevolezza di quanto fosse importante il lavoro , il sacrificio per vivere una vita decorosa. A Sara non è mai “mancato nulla”; la famiglia di origine è una famiglia umile ma molto unita e affettiva e da cui si è sentita, sempre, profondamente supportata in particolare nella sua scelta di fare la modella. Attività che intraprende a diciassette anni, trasferendosi nella grande città.
Al principio Sara era esaltata e molto entusiasta verso questo mondo cosi creativo, frizzante e moderno, lei che veniva dalla campagna, ma altrettanto duro e spietato. Con il passare del tempo, Sara confida durante le sedute, i momenti in cui avrebbe solo voluto isolarsi e fuggire per non credere o vedere quello che invece vedeva, in particolare quanto avveniva nel backstage e che lei stessa subiva. Ordini, regole ferree, rimproveri dagli stilisti stessi nei confronti di un regime alimentare sempre più restrittivo e punitivo , per mantenere quella “taglia”. Ragazze che
passavano e che ancora passano giornate in qualsiasi condizione climatica per fare un casting o sfilate vietandosi di mangiare per poter entrare in “quel vestito”. Modelle che di fronte ad un catering si dividono un grissino per mangiare la seconda metà a fine sfilata come unico pasto e di nuovo divorate dal senso di fame devono lottare per negarlo, perché altrimenti punite o escluse da chi in alto. Gli attacchi di panico di Sara e la sua grave insonnia sono poi scomparsi quando, dopo un lungo percorso ha deciso di abbandonare il suo lavoro di modella e intraprendere un lavoro in cui non si sentiva “denutrita”ma finalmente a contatto con i sui bisogni e nel rispetto della sua persona.

Hikikomori, la sindrome dei ragazzi che si chiudono in camera e rifiutano ogni aiuto tratto da AGI > Cronaca

l fenomeno è sconosciuto, quasi “invisibile” come i soggetti che ne soffrono: si chiama “Hikikomori”, in giapponese significa “stare in disparte” e colpisce più adolescenti (anche italiani) di quanto si possa immaginare. Non li vediamo perché la loro vita si svolge interamente in una stanza: la loro camera da letto. Si rifiutano di uscire, di vedere gente e di avere rapporti sociali. In quella stanza leggono, disegnano, dormono, giocano con i videogiochi e navigano su Internet. Ma soprattutto proteggono loro stessi dal giudizio del mondo esterno. Chi attribuisce la colpa del disagio alle nuove tecnologie sbaglia di grosso. Le cause sono molteplici e il fenomeno è sorto prima dell’avvento del pc. Di noto c’è che l’isolamento può durare alcuni mesi o anni, ma una cosa, sostengono gli esperti, è certa: non si risolve mai spontaneamente. Cos’è, come riconoscerlo e curarlo? Lo abbiamo chiesto a Marco Crepaldi, presidente di Hikikomori Italia, “un progetto di sensibilizzazione e informazione corretta sul fenomeno che i media – ma anche i medici – tendono a confondere con la depressione o con la dipendenza da Internet”.

Cos’è l’hikikomori

L’hikikomori è un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle società capitalistiche economicamente più sviluppate. Spiega all’Agi Crepaldi: “L’hikikomori è il frutto si una società che esercita sui ragazzi una serie di pressioni che vanno dai buoni voti scolastici, alla realizzazione personale, alla bellezza fino alla moda”.  Ragazzi e ragazze si trovano così a dover colmare virtualmente il gap che si viene a creare tra la realtà e le aspettative di genitori, insegnanti e coetanei. Quando questo gap diventa troppo grande si sperimentano sentimenti di impotenza, perdita di controllo e di fallimento. A loro volta questi sentimenti negativi possono portare ad un atteggiamento di rifiuto verso quelle che sono le fonti di tali aspettative sociali. E siccome queste fonti sono rappresentate, come detto, dai genitori, dagli insegnanti, dai coetanei e, più in generale dalla società, il ragazzo tenderà spontaneamente ad allontanarsene e a rifugiarsi nella propria camera dove è immune al sentimento della vergogna.

Come si riconoscono gli hikikomori?

I primi segnali arrivano generalmente dalla fase pre-adolescenza fino a quella adulta, don due passaggi chiave: l’inizio e la fine delle scuole superiori. “Le prime perché il ragazzo a confrontarsi con insegnanti e compagni di classe nuovi. La seconda perché è il momento in cui bisogna tracciare la strada che si vuole seguire nella vita”. Spesso la chiusura non è netta: il primo segnale preoccupante sono le frequenti assenze a scuola, tanto che l’assenteismo – che può durare anche anni – è frequentissima nei casi di hikikomori. Tra gli altri principali campanelli d’allarme ci sono:

  • l’inversione del ritmo sonno-veglia
  • l’auto-reclusione in camera da letto
  • la preferenza per le attività solitarie

Al momento in Giappone ci sono di oltre 500.000 casi accertati, ma secondo le associazioni che se ne occupano il numero potrebbe arrivare addirittura a un milione (l’1% dell’intera popolazione nipponica). Nel nostro Paese, secondo Hikikomori Italia, alcune stime (non ufficiali) riportano almeno 100.000 casi. “La maggior parte dei ragazzi hanno tra i 15 e i 25 anni, ma non mancano casi più giovani o più adulti. Provengono da famiglie benestanti e spessissimo sono figli unici in quanto subiscono le maggiori aspettative genitoriali. In moltissimi casi sono figli di genitori separati. Sono ragazzi molto intelligenti, che non hanno alcun problema a livello scolastico e che hanno poco in comune con i compagni di classe”.

 

Perché si diventa hikikomori

Le cause sono varie, ma alla base c’è una fragilità caratteriale dei ragazzi che provano dolore e disagio nel vivere alcune situazioni sociali. L’hikikomori sarebbe infatti il risultato di una serie di concause caratteriali, sociali e familiari. Eccole spiegate una per una.

Caratteriali: Gli hikikomori sono ragazzi molto intelligenti, ma anche particolarmente introversi e sensibili. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell’affrontare con efficacia le inevitabili difficoltà e delusioni che la vita riserva.

FamiliariL’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili cause, soprattutto nell’esperienza giapponese.

Scolastiche: Il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Molte volte dietro l’isolamento si nasconde una storia di bullismo.

Sociali: Gli hikikomori hanno spesso una visione molto negativa della società e soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale che da essa derivano, a tal punto da arrivare a ripudiarle.

Tutto questo porta a una crescente difficoltà e demotivazione del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino a un vero e proprio rifiuto della stessa. Il disagio cresce col crescere dell’età: mentre gli hikikomori restano chiusi in camera, i compagni si diplomano, si laureano, trovano lavoro. E il confronto con gli amici per questi ragazzi diventa sempre più insopportabile.

Hikikomori, la sindrome dei ragazzi che si chiudono in camera e rifiutano ogni aiuto
 sindrome hikikomori

Cosa NON è l’hikikomori

Sempre più spesso l’hikikomori viene scambiato con patologie con cui non ha nulla a che fare, generando una grande confusione intorno al fenomeno. Ecco cosa non è l’hikikomori.

Non è dipendenza da internet: Il fenomeno è scoppiato in Giappone ben prima della diffusione del personal computer. Questo significa che prima che esistesse internet l’isolamento degli hikikomori era totale. Da questo punto di vista l’utilizzo del web può addirittura essere interpretato come un fattore positivo in quanto consente ai ragazzi di continuare a coltivare delle relazioni sociali che altrimenti non avrebbero.

Non è depressione: Secondo molti l’isolamento degli hikikomori sarebbe solamente la conseguenza di uno stato depressivo. “Si tratta di una falsa credenza, nonché di una banale semplificazione”, spiega Marco Crepaldi. Innanzitutto, come stabilito anche dal Ministero della Salute Giapponese nel 2013, l’hikikomori non è una malattia (al contrario della depressione). È stata infatti dimostrata l’esistenza di un “hikikomori primario”, ossia un hikikomori che si sviluppa prima e a prescindere da altre patologie; uno stato di ritiro che non deriva da nessun disturbo mentale preesistente”.

Non è una fobia sociale: Così come l’isolamento dell’hikikomori non è causato dalla depressione, esso non nemmeno riconducibile semplicemente a un disturbo d’ansia, come, ad esempio, la fobia sociale o l’agorafobia (ovvero la paura degli spazi aperti, dei luoghi pubblici). “È innegabile che dopo un lungo periodo di isolamento una persona possa sviluppare una dipendenza dal computer, possa sperimentare un calo dell’umore o avere paura di uscire di casa, ma questo può portarci ad affermare che dipendenza da internet, depressione e fobie sociali siano la causa dell’hikikomori?  La risposta è “no””.

È possibile aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato?

La risposta è sì. Sbagliato però sottoporre i ragazzi a una terapia tradizionale – ammesso che i diretti interessati vogliano farlo -.  “Oggi ci sono pochi terapeuti ben formati sul problema. I medici non conoscono il fenomeno, non sanno da dove iniziare e tendono a inquadrarlo nelle categorie classiche: fobia sociale, disturbo della personalità, depressione…”, spiega Crepaldi. “L’approccio giusto, invece, è diverso e richiede il coinvolgimento dei entrambi i genitori. Spesso accade che solo la mamma si renda disponibile. La buona riuscita della terapia dipende anche dal papà”. Quanto ai farmaci nella fase inziale sono inutili. “La terapia farmacologica può rivelarsi utile nella fase acuta, quando il ragazzo dopo anni di isolamento, inizia a manifestare anche sindrome paranoide”.  Per Crepaldi, inoltre, è fondamentale che i genitori tengano sempre in mente questi tre punti:

Non lo sto facendo per me: Quando vogliamo a tutti i costi aiutare una persona dobbiamo sempre ricordarci che lo stiamo facendo per il suo bene, non per il nostro. Quindi l’obiettivo non deve essere quello di spingere nostro figlio a vivere la vita che noi riteniamo essere più giusta per lui, ma semplicemente aiutarlo a trovare la sua strada, la vita che speriamo possa renderlo più sereno (anche se non corrisponde al nostro modello di vita ideale);

Posso aiutarlo fino a un certo punto: L’impatto che le nostre parole e le nostre azioni possono avere sulla vita di un’altra persona non può mai superare determinati limiti. È doveroso provare ad aiutare una persona che riteniamo essere in pericolo, ma allo stesso tempo, non possiamo agire per conto di quella persona e la nostra responsabilità sulle sue scelte è, giustamente, ridotta. Ognuno è padrone della propria vita, anche nostro figlio.

Devo continuare a vivere la mia vita: Quando si ha un figlio in difficoltà si farebbe di tutto pur di aiutarlo, anche sacrificare il proprio benessere personale. Eppure, un atteggiamento di abnegazione rischia di provocare l’effetto opposto in un hikikomori, il quale, sentendo su di sé maggiore pressione da parte dei genitori, potrebbe reagire isolandosi ancor più gravemente. Per questo motivo bisogna sforzarsi di continuare a condurre una vita normale senza farsi prendere dalla frenesia e dal panico. La parola d’ordine è sempre “pazienza”.

tratto da AGI > Cronaca